Pavel Scheufler: František Krátký e il suo viaggio italiano

František Krátký e il suo viaggio italiano

di

Pavel Scheufler

Tradotto dall’originale ceco da Tereza Soukopová e Giulia Tiburtini

Pubblicato nel volume

“L’Italia a Colori, un viaggio di un fotografo boemo nel 1897”

edito da alba pratalia, Verona, 2010


Ringrazio Pavel Scheufleur e gli amici di alba pratalia di avermi permesso la pubblicazione.

Ringrazio anche il mio amico Pavel Kopp per avermi segnalato questo meraviglioso fotografo boemo.

(paolo pianigiani)


 

František Krátký, uno dei più importanti fotografi ed editori di fotografia nelle terre ceche all’epoca dell’Impero austro-ungarico, nacque il 7 settembre 1851 in una piccola cittadina della Boemia centrale, Sadská, dove il padre, pittore, aveva anche una stamperia. Oltre che alla pittura e al restauro di quadri e di affreschi, il padre si dedicava a dipingere decorazioni per i palcoscenici delle compa­gnie teatrali amatoriali. La giovinezza di František fu modellata sia dall’ambiente familiare che dal paese agricolo in cui era cresciuto. Il mestiere del padre, tanto orientato all’espressione pittorica, influen­zò significativamente il futuro corso della sua vita, nella quale ebbe una parte importante anche il desiderio di impegnarsi in progetti di utilità pubblica. Questa propensione aveva a che fare con la condi­zione sociale della sua famiglia; e più genericamente dipendeva dalla posizione della nazione ceca nell’Austria-Ungheria multinazionale, dall’aspirazione dei cechi alla maggiore autonomia di cui il Regno di Boemia indipendente aveva goduto in tempi più remoti.

L’avvicinamento alla fotografia non fu né facile né diretto, anche perché inizialmente František voleva diventare pittore. Frequentò la scuola elementare nella sua città natale concludendola, nel 1864, con il massimo dei voti in tutte le materie, come risulta dalla pagella a noi pervenuta. Poi, fino al 1867, si esercitò nelle tecniche di stampa nella stamperia del padre. Dall’ottobre 1872 al giugno 1873 frequentò un corso propedeutico presso l’Accademia di pittura di Praga, al termi­ne del quale gli studenti ricevevano un certificato che poteva essere usato nella vita pratica come «diploma dell’Accademia di pittura di Praga». Ed è esattamente quanto faceva, rivolgendosi alle istituzioni e al pubblico, anche Krátký, nonostante il titolo di «pittore accade­mico» da lui usato non fosse del tutto corretto.

Dopo un altro periodo di pratica presso il padre, nell’aprile del 1876 il giovane si iscrisse come «pittore edile» all’Albo delle Arti e Mestieri di Kolín, città provinciale più grande della sua non lontana città natale. Dapprima lavorò con un compagno; dal 13 luglio 1877 il suo nome compare iscritto in forma autonoma, e non più come «pittore edile», bensì come «pittore». Sebbene l’anno 1878 sia quello che più tardi Krátký avrebbe indicato come data di inizio della pro­pria carriera fotografica, la prima annotazione d’archivio che associa il suo nome alle fotografie di Kolín risale soltanto all’agosto del 1880. L’originale registrazione della ditta, « František Vilém Krátký», lascia intendere l’unione con il fratello minore Vilém, il quale anche più tardi avrebbe lavorato con lui, indicando sé stesso come assistente fotografo. Ottenuta la concessione per la costruzione di uno studio fotografico, verso la fine del 1883 František cambiò il nome della ditta in «František Krátký». Nel 1897 il suo atelier da ritratti, situato nella piazza principale di Kolín, venne sopraelevato di un piano.

Accanto alla ritrattistica, che era la base del mestiere della mag­gioranza dei fotografi, Krátký decise di dedicarsi alla fotografia in esterni: il che, dal punto di vista imprenditoriale, comportava rischi più alti rispetto al lavoro in studio, caratterizzato da un rapporto commerciale fisso. La prima attestazione di un’immagine in esterni risale al settembre del 1881. Nessun altro fotografo girò così tanto, negli anni ’80 e ’90 dell’Ottocento, la campagna ceca e morava. In seguito, Krátký si concentrò soprattutto sulla stereofotografia, che permetteva, durante la visione, l’effetto della percezione dello spazio. Il visore stereoscopico in quei tempi faceva parte dell’arredamento di tutte le migliori biblioteche pubbliche di un certo livello, e occupava un posto di rilievo anche in alcune case private.

La stereofotografia, preziosa fonte di conoscenza dello stile di vita a cavallo tra Otto e Novecento, ancor oggi non è sufficientemente apprezzata dagli storici. Fu il primo strumento fotografico destinato al consumo di massa, e Krátký ha il grande merito di averne giusta­mente valutato e sfruttato il potenziale, sottolineandone anche l’im­portanza come sussidio didattico per conoscere la propria patria; a tal fine auspicava che le sue immagini venissero usate nelle scuole. In questo senso si esprimevano anche i giornali dell’epoca, che descri­vevano le stereofotografie come fotografie originali destinate a essere incollate su cartone e dotate di didascalia di identificazione.

Krátký viaggiò con le sue macchine stereofotografiche non solo per le terre della Corona ceca, ma anche per gli altri paesi della Monarchia austro-ungarica. Prima del 1893 fotografò in Slovacchia, a Cracovia e a Budapest, come documenta il suo primo catalogo di immagini. Bisogna dire che fotografare in formato stereo era a quel tempo abbastanza pratico anche dal punto di vista della tecnica di ri­presa, visto che le macchine stereofotografiche erano più piccole, più leggere e soprattutto più pronte all’uso rispetto alle altre, che funzio­navano generalmente con lastre di vetro di 20 x 25 cm. di grandezza o anche più. Inoltre, grazie agli obiettivi più luminosi, il fotografo po­teva lavorare con esposizioni più brevi, il che serviva molto a Krátký, che amava cogliere le persone nella città e nel paesaggio.

L’uso della tecnica stereoscopica determinava la composizione generale dell’immagine, che era di solito subordinata al raggiungi­mento dell’effetto tridimensionale. Per tale ragione Krátký metteva in primo piano le figure, cercava delle dominanti più marcate, usava l’obiettivo grandangolare. Uno dei tratti più caratteristici del suo lavoro è l’interesse per il modo di vivere della gente, oltre che per i monumenti. E’ molto raro trovare una sua fotografia nella quale non ci sia una persona: la presenza umana accentua l’effetto spaziale e nello stesso tempo rende all’immagine il fascino della spontaneità. Nonostante le persone ritratte fossero consapevoli della presenza del fotografo, Krátký riusciva quasi sempre a riprenderle “dal vivo”, come se stesse passando accanto a loro per caso. D’altra parte è evidente che il fotografo sapeva scegliere bene i suoi soggetti, che le sue immagini sono il risultato di un’autentica ricerca, frutto del suo peregrinare per paesi e città e dei suoi incontri con la gente.

Oltre che nei paesi dell’Austria-Ungheria, Krátký viaggiò nella penisola balcanica, in Italia, in Svizzera, in Russia, in Germania, in Francia, nel Principato di Monaco. Un’esperienza particolarmente memorabile la visse durante il suo soggiorno in Russia nella primave­ra del 1896, quando partecipò come fotografo, grazie a un permesso speciale ottenuto dal borgomastro della città reale di Kolín, alla cerimonia di incoronazione dello zar: quel giorno, a causa dell’im­mensa folla, centinaia di persone furono calpestate a morte, come testimoniano alcune drammatiche fotografie scattate nell’occasione.

Per quanto riguarda le immagini dall’estero, nei paesi cechi Krátký non aveva un concorrente alla sua altezza. Grazie a certi rapporti commerciali, la sua firma si trova anche in fotografie anonime pro­venienti dagli Stati Uniti d’America e in quelle dall’Estremo Oriente, fatte dal viaggiatore ceco E. S. Vráz.

Gli elenchi pubblicati danno un’idea della dimensione dell’opera di Krátký. Dopo il primo catalogo del 1893, da lui stesso prodotto, troviamo un altro elenco delle sue immagini in un repertorio in molti volumi che la Adolph Russels Verlag di Münster faceva uscire col ti­tolo di Gesammt – Verlags – Katalog des Deutschen Buchhandels: Krátký è nel volume uscito, pare, nel 1894. Il secondo catalogo singolo fu stam­pato da Ferdinand Oestreicher a Mährisch Schönberg       (Šumperk in ceco), probabilmente a spese di Krátký, appena tornato dal viaggio all’Esposizione Universale di Parigi dell’anno 1900. Questo catalogo, che è l’ultimo conosciuto di Krátký, comprende 2937 voci.

Nell’aprile del 1898, il quarantaseienne František Krátký sposò una ragazza di 26 anni più giovane di lui. All’origine del matrimonio ci fu forse la pressione del padre, che voleva un successore per la dit­ta; o magari un senso di solitudine; oppure si trattò di una semplice coincidenza, che gli fece conoscere una donna con la quale vivere. Secondo la leggenda familiare, l’incontro fatale avvenne nell’Osteria Ceca di Kolín, di tanto in tanto frequentata da František. La allora diciannovenne Anna Pospíšilová lavorava lì come aiuto cuoca. Le dimostrazioni di simpatia furono ricambiate e tra i due si sviluppò anche una bella corrispondenza. Da un lato c’era una ragazza par­ticolarmente graziosa, la quale ancora due settimane prima delle nozze (e incinta) si rivolgeva al suo futuro marito con le parole «caro zio», dall’altro stava un uomo maturo, conoscitore del mondo, di buon successo nel suo mestiere e stimato nel suo paese. Secondo tutte le testimonianze scritte e i ricordi che si sono conservati, il matrimo­nio, allietato dalla nascita di tre figli, fu molto felice.

L’anno 1898 segnò per il fotografo l’inizio di una nuova vita, nella quale si dedicò meno ai viaggi e si concentrò sulla pubblicazione dei suoi precedenti lavori fotografici. Prestò molta attenzione soprattutto ad ampliare quel settore della sua ditta che si occupava di stampa fotografica; questo fu l’altro suo grande sogno di imprenditore, suscitato dalle esperienze di stampa vissute nella bottega del padre durante l’infanzia. Acquistò un terreno nei sobborghi di Kolín e nell’anno 1900 ci costruì una villetta e uno studio fotografico con laboratori per la zincografia, la fototipia e la litografia, per il cui esercizio ottenne la concessione più tardi. Designò l’edificio, genero­samente arredato, come «Stabilimento fotochimigrafico»: oltre alle stereofotografie originali, vi si fabbricavano diapositive colorate, car­toline postali stereoscopiche, cartoline comuni e quaderni con testi didattici, illustrati con fotografie. Krátký si dedicava anche a vari tipi di stampa occasionale, in cui la pubblicità aveva un ruolo importan­te. Reclamizzava la fornitura di cliché per la stampa a tre colori, di disegni e fotografie modello e di stereovisori; e proponeva in vendita le proprie fotografie dalla patria e dall’estero. L’originale «studio per la fotografia di ritratto e la pittura a olio» appariva, nel complesso di un’attività così vasta, un semplice e modesto supplemento. Il merito professionale di Krátký era quello di riuscire a collegare “tutto in uno”: poteva scattare una fotografia pubblicitaria di studio oppure una fotografia di esterni, ritoccare l’immagine, dotarla di un testo e stamparla in bianco e nero o a colori; il che, per quel tempo, signifi­cava avere una percezione molto avanzata dei servizi fotografici.

Verso l’anno 1909 la sua azienda raggiunse il culmine. Poi, nel 1911, Krátký dovette sottoporsi a un’operazione agli occhi e affit­tò ad altri lo studio ritrattistico nella piazza di Kolín. La malattia e una difficile congiuntura economica lo costrinsero alla vendita dello stabilimento nell’aprile del 1913. Il figlio Jiří, nato nel 1901, comin­ciò a lavorare nello studio dopo il compimento della maggiore età. František morì a Kolín nel maggio del 1924.

Per l’ampiezza della tematica, Krátký figura tra i fotografi cechi più importanti. Come già detto, oltre al lavoro in studio, i suoi am­biti d’interesse principale furono le campagne ceca e morava e i loro abitanti. A guardare la sua opera, colpisce quanta gente comune si trova nelle sue immagini. Krátký fu il fotografo della quotidianità, della vita comune e prosaica. Anche per quanto riguarda le imma­gini dall’estero, molto spesso riuscì a realizzare con successo ciò che potremmo definire la capacità di sposare il tipico con l’inconsueto e il bizzarro. Sosteneva che un paese è caratterizzato prima di tutto dalla gente che ci vive. E per questo motivo poneva sempre al centro della sua attenzione fotografica l’essere umano; il che risulta evidente anche nelle immagini scattate durante il suo viaggio in Italia.

L’Italia è sempre stata un paese desiderato dai viaggiatori, e il viaggio in Italia ha una lunga tradizione. La visita dell’Italia costitui­sce di per sé un fenomeno culturale, per molte persone connesso con un particolare incanto estetico. Non sorprende quindi che nel 1897, dopo i viaggi più brevi nei paesi confinanti e dopo quello memora­bile in Russia all’incoronazione dello zar, Krátký abbia scelto per il suo primo lungo soggiorno all’estero proprio l’Italia. E’ difficile ricostruire con precisione le tappe del viaggio, il cui scopo principale era quello di procurarsi immagini per fini editoriali; sappiamo però che, da Roma, Krátký intendeva tornare in patria seguendo l’itine­rario Napoli, Livorno, Pisa, Genova, Nizza, Principato di Monaco, Torino, Milano, Verona, Salisburgo e Linz. Durante il suo viaggio, compiuto nei mesi primaverili, Krátký fotografò esclusivamente su materiali steroscopici, cioè su lastre di vetro e su pellicola piana. L’uso di quest’ultima era in quel tempo una realtà ancora poco con­solidata tra i fotografi professionisti della Boemia: si può dire che, per quel che riguarda le pellicole, Krátký fu un vero pioniere.

Si è conservata fino a noi parte della corrispondenza di viaggio, nella quale il fotografo descrive in modo vivido le sue vicende, i suoi problemi e le sue esperienze. Le lettere contengono anche le istru­zioni per il fratello, il quale, nella casa di Kolín, aveva il compito di sviluppare il materiale impressionato che gli veniva mandato via po­sta. Per esempio, in una lettera da Firenze, indirizzata probabilmente ai genitori e datata 11 aprile 1897, František scrive: «Qui non mi è andata molto bene, ho avuto il tempo molto brutto, non so se le im­magini saranno riuscite. Raccomando a mio fratello di stare attento e di sviluppare tutto con molta prudenza, dapprima con del rivelatore vecchio, e poi aggiungendone del nuovo…». Infatti Krátký (che si la­menta così: «Di sera sviluppo qualcosa, non posso fare di più…») spe­diva a casa la maggioranza delle lastre e delle pellicole esposte, come dimostra un altro passo: «Mando oggi una cassetta con pellicole, ce ne sono anche di sviluppate, ma è tutto confuso insieme, bisogna che mio fratello le apra prudentemente in camera oscura!».

Nelle lettere appaiono anche le preoccupazioni per l’andamento dell’azienda. Dall’insistenza con cui Krátký chiede notizie si deduce che già allora la ditta navigasse in cattive acque: «Come procedono gli affari? Male, suppongo… Non scrivete nemmeno, se c’è da fare?». Parecchie volte cerca di dare ordini a distanza per il buon funzio­namento dell’azienda: «Se ci fosse poco lavoro, che Majka [forma familiare rustica del nome Maria] vada a lavorare alla copiatura e R…. mandatelo via. Dovete calcolare». Si percepiscono inoltre le preoccupazioni per le fotografie da scattare in Italia: «Sono perma­nentemente angosciato perché tutto venga bene, dato che costa tanto denaro. Speriamo che riuscirà bene. Si sprecano tante lastre, perché non mi sento sicuro, se non c’è il tempo [Krátký intende le condizio­ni di luce favorevoli] … Il tempo fa capricci, non è abbastanza sereno, spesso erro per tutto il giorno invano», scrive da Roma il 19 aprile a un amico anonimo. «Se ci fosse il tempo!», dice continuamente. «Ma quello devo proprio rubarlo, va male, ci sono fiori che non posso succhiare…», scrive da Roma in un’altra lettera ai genitori, conti­nuando: «Qui dovrei stare almeno quattro settimane, non è possibile, devo guardare avanti perché ho ancora tanta strada dinanzi a me». Espone poi la situazione finanziaria del viaggio, e la preoccupazione economica risulta sempre evidente. Il 16 aprile 1897 scrive da Roma: «Se il luogo è lontano, spendo 2-3 franchi solo per il tram. All’uomo pago un forino e mezzo, e per la stanza pure 1.50, così spendo gior­nalmente 5 fiorini e per il tram fino a 1.50, quindi in media 6.50. Che fare? Spendere meno di così non si può».

Si percepisce anche la solitudine del viaggiatore. «Se almeno avessi qualcuno con cui poter parlare un po’», scrive a un amico. E un’altra volta ai genitori: «Spero di trovare lì vostre lettere, perché mi sento come un orfano, non so niente di quello che fate e di quello che succede a casa, come se non avessi più nessuno in questo mondo». Un altro tema delle lettere è la stanchezza per il lavoro: «E cammino e cammino senza riposo! Pensa che ho le gambe già tutte consumate: sarò sempre più… corto», scrive ancora all’amico, scherzando sul suo cognome Krátký, che in ceco significa appunto «corto». Si lamenta anche del troppo poco sonno: «Quanto è penoso, non ti so dire. Sono stanco morto e mi metto a dormire a mezzanotte, e spesso il vicino della stanza accanto o le grida dalla strada mi rompono il sonno. Qui la gente è rozza: come sarà più avanti? Gente selvaggia, scatenata; litiga e si prende subito a pugni, e come!».

Non mancano nemmeno divertenti osservazioni a proposito degli italiani e soprattutto delle italiane. «Qui il senso della pulizia manca del tutto. Le italiane abbigliate nei loro costumi vi seguono per le strade con mazzi di fiori. Ma non si lasciano fotografare gratuita­mente, vogliono anche 2-3 lire (ovvero un forino). Molte sono belle, un piacere! Invecchiano presto, come le ebree da noi. Alcune hanno i baffi, che è un gusto guardarle. Però tante sono ben formate, è pro­prio un piacere osservare le figure di certe belle donne; soprattutto hanno fiero il portamento e il volto…».

Le parole confermano quello che si evince dalle immagini, cioè che Krátký era interessato più di ogni altra cosa alla rappresentazio­ne delle persone e che per lui fotografare i monumenti era soltanto una necessità economica, dettata dagli acquirenti delle immagini. Infatti non accenna quasi mai alla suggestione dei monumenti, e ne parla di solito in modo oggettivo (ad esempio: «Il permesso per il Vaticano e per San Pietro lo otterrò solo mercoledì…»).

Dalle lettere possiamo capire, in parte, come Krátký organizzava il suo lavoro. Risulta evidente che per fotografare doveva assumere un assistente; che sviluppava una parte delle lastre e delle pellicole da solo, di notte, nelle stanze d’albergo, mentre la maggior parte la mandava a casa. Si percepisce la sua netta superiorità gerarchica non solo nei confronti del fratello, ma dell’intera famiglia; e allo stesso tempo il suo grande senso di responsabilità.

Oltre a gran parte delle negative e a numerose stampe stereosco­piche su cartone, del viaggio in Italia del 1897 si sono conservate le stereodiapositive originali su vetro, magnificamente colorate a mano, che sono riprodotte in questo libro. Attraverso il fine lavoro di colo­ritura, Krátký non solo richiamava alla mente i ricordi del viaggio, ma realizzava anche le sue antiche ambizioni di pittore. E molto pro­babile che abbia eseguito il lavoro di persona, perché difficilmente l’avrebbe affidato a chi non avesse visto i luoghi con i propri occhi. Le stereodiapositive colorate sono quasi delle miniature, visto che le due immagini affiancate, di formato 7 x 7,5 cm ciascuna, dovevano essere dipinte in modo talmente fine e accurato da poter sostenere la visione dettagliata o l’ingrandimento durante un’eventuale proiezio­ne. Si tratta perciò di documenti preziosi e delicati.

Un anno dopo il suo viaggio in Italia, nel maggio e giugno del 1898, Krátký partì di nuovo per un lungo itinerario, stavolta nella penisola balcanica, dove fotografò tra l’altro a Mostar, a Sarajevo, a Zagabria e sulle coste della Dalmazia. Altri suoi viaggi, tra i quali quello all’Esposizione Universale del 1900 a Parigi, furono più brevi, ma ugualmente attraenti dal punto di vista delle immagini.

František Krátký fu, insieme con il suo coetaneo Rudolf Bruner­ Dvořák, l’iniziatore della fotografia giornalistica, e uno dei pochi fotografi cechi dell’epoca austro-ungarica la cui attività e rilevanza abbiano oltrepassato il confine della patria. Per la vasta gamma delle sue immagini e per la loro forza espressiva può essere definito un foto­grafo «europeo». La sua testimonianza iconografica a colori, presen­tata in questo libro, è un documento straordinario: Krátký fornisce l’autenticità della visione naturale dieci anni prima dell’avvento sul mercato della prima tecnica di fotografia a colori, l’autocromia. Non ci fa vedere le rappresentazioni descrittive dei monumenti, già allora mille volte ripresi, ma le esperienze autentiche della vita nell’Italia del 1897. Una sequenza quasi animata, con una percezione cinema­tografica nel cogliere i costumi e la vita.

 


Articoli correlati

Ti presento Firenze Leggi articolo
Lara-Vinca Masini per Luciano Romoli Leggi articolo
Passioni intrecciate: arte e fotografia a I Tatti Leggi articolo

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *