Per via d’acqua

Per via d’acqua

Il viaggio della Pietà “Bandini”, da Roma a Firenze

di Paolo Pianigiani

Il racconto che segue fa riferimento al libro “La Pietà di Michelangelo a Firenze”, di Jack Wasserman, edita nella edizione italiana da Mandragora (2006) e in particolare alla Appendice F, Fonti e Documenti. L’Autrice delle ricerche negli archivi è Franca Trincheri Camiz, che non ha potuto terminare il lavoro per la sua prematura scomparsa. Alla Sua memoria è dedicato questo piccolo studio. (p.p.)

Tartana

Non fu un trasporto facile, quello della Pietà che Michelangelo aveva scolpito per la propria tomba. L’aveva abbandonata per motivi non chiarissimi, ed era passato ad altro. Ma non l’aveva dimenticata, seguendone la riparazione che l’allievo e assistente Tiberio Calcagni portava avanti per conto del banchiere Francesco Bandini.

Finita come ultima tappa delle sue peripezie romane nel palazzo Capponi, fu acquistata da Paolo Falconieri per conto del granduca Cosimo III, entusiasta e smanioso di riportare a casa il monumento che Michelangelo aveva scolpito per sé.

Paolo Falconieri

Il contratto viene stipulato dal notaio Olimpio Ricci, il 25 luglio 1671. Prezzo d’acquisto 300 scudi sonanti.

Passano tre anni, fra discussioni e trattative, e finalmente Paolo Falconieri è incaricato di organizzare il trasporto; coordina il tutto da Firenze Apollonio Bassetti, canonico di San Lorenzo e personaggio di spicco della corte medicea. I rapporti con i palazzi romani li tiene il conte Torquato Montauti, rappresentante di Cosimo III presso la corte papale.

L’itinerario è lo stesso delle linee commerciali fra Roma, la Toscana e Genova. Vengono messe a disposizione due galere della flotta pontificia e per le operazioni di trasporto fino a Civita Vecchia si dà l’incarico a Padron Galeazzo, livornese, proprietario di una tartana, impiegata per trasporti lungo costa.

Il porto fluviale di Roma è Ripa, poco più di uno scalo che rende possibile il carico da strada a fiume.

Si trova subito dopo il punte Sublicio, in Trastevere.

Il Ponte Sublicio a Roma., con lo scalo fluviale di Ripa

Il 16 giugno il Granduca riceve l’autorizzazione a “estrarre” da Roma la sua Pietà. Che viene caricata su un “carrettone” e imbarcata a Ripa, ben custodita da una apposita protezione di tavole.

Il 22 giugno la tartana arriva al porto di Civita Vecchia, dove da due giorni sono in attesa le due galere. Si tratta della San Giulio, con al comando il commendatore Bolognetti e della San Pietro Pontefice, comandata dal cavalier Ferretti. Il tempo stringe, visto il peso notevole della Pietà non si procede al carico. Più semplicemente si decide di “rimburchiare”, o trainare a mezzo di fune, l’imbarcazione di Padron Galeazzo. Che peraltro aveva avuto l’ordine, qualora le galere fossero già partite senza aspettarlo, di provvedere lui stesso al trasporto fino a Livorno, effettuando un trasporto lungo costa, sicuramente più lungo.

Il 24 giugno le due galere con la tartana a rimorchio lasciano Portoferraio, dopo la sosta all’Elba.

Le lettere fra Roma e Firenze rassicurano gli interessati che tutto procede per il meglio. Intanto si organizza l’accoglienza della Pietà a Livorno. Entra in gioco Camillo Capponi, che in data 25 giugno informa il canonico di San Lorenzo, Apollonio Bassetti, che la statua è stata sbarcata e messa al sicuro.

Apollonio Bassetti

Alle ciurme delle Galere era stata promessa una ricompensa per l’impegno necessario all’eventuale trasbordo della Pietà. Che, come si è visto, non ci fu. Il Capponi, per far bella figura con il suo referente Bassetti, pensa bene di non dar nulla ai marinai e piuttosto elargire un sovrapprezzo a Padron Galeazzo, per l’impegno di trasporto non previsto nel nolo della sua tartana.

A questo punto non restava che attendere un livello dell’Arno adeguato al trasporto e trovare un navicellaio esperto che si accollasse l’impegno non facile, dato il peso della scultura di Michelangelo. Si prevedeva anche di fare il viaggio per mare, fino a Bocca d’Arno, per evitare il difficile passaggio dal canale dei Navicelli all’Arno, che avrebbe previsto lo scarico della Pietà e il suo ricarico a bordo, la cosiddetta “varatura”, sempre pericolosa.

Passano i mesi e cambia l’incaricato. Al Capponi subentra Stefano Tedaldi, che ancora il 10 ottobre informa Bassetti che ci vorrà tempo e che il navicellaio che si accolli il carico ancora non si trova. Si tratta di un carico rischioso e l’acqua ancora non è alta abbastanza.

Finalmente il 22 ottobre arriva la notizia che si è trovato il navicellaio. E’ Piero Saccardi, persona molto pratica, che si impegna a trasportare il prezioso carico con l’aiuto di un certo messer Tacca. Il Provveditore di Pisa, Migliorotti, è messo in preallarme, qualora fosse necessario, per far aprire la cataratta all’ingresso in Arno. Sono pronti gli uomini per l’alzaia, che avrebbero trainato a forza di gambe e di braccia il navicello a destinazione.

Il prezzo? Si era partiti da 40 scudi ma ci si accorda per 24, da pagare però immediatamente alla consegna della preziosa cassa a Firenze. Il prezzo varia a seconda della stima del peso della Pietà, che il Saccardi stima 14.000 libbre, mentre il Tedaldi la riduce, a occhio, a 11.000. Una libbra toscana corrispondeva a 339,5 grammi attuali. Quindi si parlava di un peso fra i 37 e i 47 quintali. In verità nessuno ha mai pensato di pesare la Pietà, almeno fino ad oggi. Quindi non sappiamo se qualcuno rubasse sul peso…

Comunque i 24 scudi erano un buon prezzo davvero, quando si pensi che per trasportare la Pietà da Monte Cavallo  a Monte Citorio, nel maggio del 1649, un certo Jacomo Santone si era fatto pagare ben 25 scudi, “per essere la statua scomoda e gelosa”.

La mattina del giorno dopo, il 23 ottobre, caricata con il puntone senza difficoltà, la Pietà parte da Livorno. La accompagna no due lettere, una indirizzata al Bassetti, per il pagamento pronta cassa, e l’altra per il Migliorotti, per l’utilizzo della cataratta qualora fosse stato necessario. Non lo fu, le condizioni del livello dell’acqua permisero il passaggio diretto dal canale al corso del fiume.

Il 28 ottobre, trascorsi senza intoppi cinque giorni, facendo tappa ai vari porti fluviali per far riposare gli addetti all’alzaia, il navicello di Piero Saccardi arriva a Firenze, dove lo attende il Bassetti. Viene scaricato e trasportato a San Lorenzo, fra mille aspettative e curiosità.

Due giorni dopo viene informato il conte Montauti a Roma, che risponde augurandosi che la grande opera di Michelangelo trovi degna collocazione nella chiesa dei Medici, visto anche le non poche difficoltà incontrate nel trasporto.

Ma i problemi per la Pietà di Michelangelo non erano finiti. Intanto fu messa in un deposito, nei sottosuoli di San Lorenzo, in attesa che venisse trovata una adeguata sistemazione. E iniziarono a scorrere gli anni, e ne scorsero tanti. Finchè un bel giorno alcuni religiosi troppo zelanti fecero osservare al granduca Cosimo III che le due sculture di Baccio Bandinelli, che stavano dietro l’altar maggiore del Duomo, erano nude. E davano scandalo! E al vecchio Cosimo tornò allora in mente la Pietà, dimenticata in un magazzino, nel sottosuolo di San Lorenzo. Ma questo è già l’inizio di un’altra storia…

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