Sonja Bullaty, ricordi di Sudek

Ricordi di Sudek

di Sonja Bullaty

da

Sudek

Potter, New York, 1978

 

Traduzione di Andreina Mancini

 


 

Nella zona vecchia di Praga, nei pressi del fiume Moldava, un portone ad arco, attraverso un lungo passaggio buio, conduce  in un cortile lastricato di ciottoli; ci sono alcuni vecchi castagni e, tutt’intorno, case fatiscenti. Molto in fondo, sul retro, dietro una recinzione, c’è un giardino invaso da erbacce, e lì – in una baracca di legno con un piccolo albero di mele storto davanti alla finestra – c’era lo studio di Josef Sudek.

Per entrare bisognava conoscere la parola magica – o meglio, conoscere il segreto che dietro la vite che si arrampicava sul lato della recinzione c’erano due fili scoperti che, se toccati insieme, facevano suonare un campanello all’interno della baracca. Primitivo, ma molto efficiente. E Sudek poteva guardare oltre i vetri appannati  e decidere se voleva che il visitatore entrasse.

Una volta entrati, la prima impressione era quella di un’incredibile confusione, come un negozio di antiquariato con un’apparenza di casa. C’era un piccolo tavolo con tre semplici sedie e quadri, sculture e oggetti d’arte ovunque. In mezzo a tutto questo c’era una grande macchina fotografica su un cavalletto da studio, sfondi fotografici che fungevano da divisori, scaffali e armadi pieni di scatole con negativi di tutte le dimensioni e dischi di musica in ogni spazio disponibile. L’unico spazio libero in questo apparente caos era riservato a un giradischi fatto in casa, che veniva tenuto sempre aperto.

Un’altra piccola stanza fungeva da ufficio-cucina-studio. Da un lato c’era un’ imponente scrivania sulla quale dal pavimento al soffitto erano accatastate altre scatole di negativi, documenti e lettere, e bigliettini di appunti spillati qua e là. Dall’altro lato della stanza c’era un fornellino da tavolo con una caffettiera, e di fronte alla finestra un banco per il ritocco, che per la maggior parte del tempo era utilizzato da Sudkova, come tutti chiamavano la sorella di Sudek – che si faceva i fatti suoi. Sudkova era una presenza tranquilla, e la ricordo sempre sorridente, sia che pelasse le patate o che si occupasse dei numerosi visitatori. Negli anni successivi, quando Sudek viveva nel suo secondo studio a Uvoz, si occupava sempre di lui e gli portava il pranzo quasi ogni giorno. Poi c’era la camera oscura, veramente buia e misteriosa, che assomigliava alla bottega di un alchimista, con tutte le strane bottiglie e barattoli e vassoi sopra, sotto e dentro un lungo lavandino. Dall’altro lato della stanza si trovavano un’antica stampante e un enorme ingranditore di 24 x 30 cm, creazione di Adolf Schneeberger, che non veniva quasi più usato dagli anni Quaranta.

Ricordo il luogo in modo nitido. Ho trascorso molti mesi come assistente di Sudek, aiutandolo a mescolare i liquidi da sviluppo e a trovare i negativi, guardandolo stampare e, soprattutto, stando seduta con Sudek e i suoi amici ad ascoltare musica. Molto più tardi sarei ritornata, insieme a mio marito Angelo Lomeo, per vederlo ancora e ancora e scoprire che le cose non erano mai veramente cambiate.

Per questo motivo è particolarmente strano per me che io non riesca a ricordare il mio primo incontro con Sudek, né la prima volta che sono entrata nel suo mondo.

Il pittore Vladimir Fuka, assistente di Sudek durante  gli anni della guerra, ha scritto di questo incontro nelle sue memorie:

Dopo la guerra, inaspettatamente, un nuovo volto si presentò allo studio di Sudek. Una ragazza ebrea. Una sciarpa legata intorno al bel viso, ancora quasi infantile. Aveva perso i capelli nei campi di campi di concentramento tedeschi. Non aveva nessuno, nessuno era tornato. I vassoi della camera oscura che erano stati abbandonati erano ora utilizzati da Sonja. La fotografia divenne il suo destino. Dopo qualche anno la fotografa Sonja Bullaty partiva per gli Stati Uniti.

Quando in seguito chiesi a Sudek di parlarne, mi rispose: “Eri troppo presa da quello che avevi passato per preoccuparti di noi o per guardare quello che avevi intorno. Tutto troppo vero. Ma sono stata fortunata. Sapevo di voler diventare una fotografa e così, in qualche modo, il percorso mi ha portata da Sudek.

È stato solo molti anni dopo che il pieno significato di quei tempi mi è stato chiaro. Forse c’era stata un’intesa immediata tra noi e nessuno dei due parlava di ciò che era troppo doloroso. Era bello affrontare ogni giorno alla volta, essere e basta; vedere com’era il tempo e dove volevamo andare a fotografare o, quando il tempo era brutto, lavorare nella camera oscura. Era particolarmente bello, quando sembrava che non ci fosse un posto dove andare, avere la sensazione di aver trovato una casa nel mondo della fotografia.

E così, poco a poco, da maestro e assistente siamo diventati amici. L’amicizia è continuata e forse si è rafforzata ancora di più dopo la mia partenza e ci scrivevamo sul retro delle fotografie, ci scambiavamo musica sotto forma di pacchetti di dischi e attraverso le risate e il divertimento che condividevamo durante le nostre numerose visite.

Ho conosciuto la mia città natale, Praga, per la prima volta arrampicandomi sulle tante colline con treppiedi e macchine fotografiche. E ricordo che cercavo di tenere il passo di Sudek. In qualche modo il fatto che avesse un solo braccio non sembrava un handicap. Io non ero affatto consapevole della sua disabilità. Se la cavava in modo incredibile con il solo braccio sinistro. Il seguente paragrafo di una lettera scritta poco dopo la morte di Sudek esprime anche la mia ammirazione. È stato scritto dall’amico e assistente occasionale di Sudek, Dr. Helbich, a Praga al Dr. Brumlik, collega e amico di Sudek fin dagli anni Venti, che ora vive a New York:

Ultimamente penso sempre più spesso a Sudek, non con malinconia, ma perché in diverse situazioni scopro quanto fosse giusto il suo stile di vita, quanto fossero sereni e validi  i consigli e gli incoraggiamenti che mi dava nel suo modo gentile, cercando di non imporre la sua volontà. . . . Naturalmente penso a lui soprattutto quando fotografo i paesaggi durante le mie lunghe passeggiate. Recentemente, durante un’escursione in una zona impervia, ho pensato particolarmente a lui e, in retrospettiva, l’ho ammirato molto. Il primo giorno mi sono rotto un dito e quindi ho dovuto copiare il maestro anche per quanto riguarda l’uso di una sola mano. Come faceva a gestire quelle grandi macchine che ha portato in giro per tutta la vita con un solo braccio? È davvero difficile da comprendere. E quante cose ha realizzato! 

All’epoca in cui mi trovavo lì Sudek stava fotografando la Cattedrale di San Vito e il Castello –  all’interno e all’esterno – i Giardini Reali, e, quando la luce era giusta, la città vecchia, il quartiere più antico di Praga e i vecchi cimiteri.

Mi piacevano le prime ore della sera, quando si insinuava una misteriosa tristezza e Sudek si sedeva su una vecchia lapide in attesa degli ultimi raggi del sole. Era più familiare per me, perché durante l’occupazione nazista i cimiteri erano gli unici spazi verdi permessi a coloro che portavano la stella ebraica.

Sudek non è mai stato un vero e proprio insegnante, era solo se stesso. Sono state la sua devozione al lavoro, la sua gioia di vivere e la sua visione che mi sono rimaste impresse, la ricerca di dire qualcosa a modo suo, di vedere la vita come se fosse la prima volta. Sono state la sua calma assoluta e la sua pazienza che mi hanno impressionato più della fotografia. E così mi sono limitata ad ascoltarlo e solo molto più tardi ho capito molte delle cose che vedeva.

Inoltre, all’inizio non sapevo molto di come funzionava un banco ottico, cosa facevano  i diversi obiettivi, né il motivo per cui un’apertura così piccola dell’obiettivo ed esposizioni così lunghe erano importanti. Così osservavo e mi chiedevo quali fossero gli sviluppatori speciali che Sudek mescolava e le varie tipologie di carta che utilizzava per la stampa. E sono stata particolarmente affascinata dal modo in cui improvvisamente si fermava e riprendeva una scena con uno sguardo strabico sul viso, l’occhio sinistro quasi chiuso e la mano alzata verso l’occhio destro per dargli un’ inquadratura per la visualizzazione.

Sudek non parlava spesso di fotografia, soprattutto perché non gli piacevano i discorsi teorici. “La teoria va bene,” diceva, “ma è come mangiare: quando si mangia troppo ci si ammala”. Non avevo nemmeno modo di capire cosa Sudek stesse cercando di ottenere nelle fotografie. Non stampava mai le sue immagini subito. Ecco come anni dopo rispose a una mia lettera:

Che il risultato delle tue foto a volte sia diverso da quello che hai visto non dovrebbe darti fastidio. Stai raggiungendo l’età in cui il conflitto inizia. Ecco perché quello che fotografo non lo stampo se non almeno tre mesi dopo, in questo modo mando meno accidenti. Le foto che ti mando per Ricordi di Pasqua sono state stampate due anni fa e quella per te è più o meno come dovrebbe essere, ma le altre non sono così buone, beh, il tempo ce lo dirà.

Poco per volta cominciai a cogliere la bellezza della città e a rendermi conto che l’intera vita di Sudek sembrava ruotare intorno alla luce. Ricordo una volta, in una delle sale romaniche, sotto le guglie della cattedrale – era buio come nelle catacombe – con solo una piccola finestra sotto il livello della strada all’interno delle massicce mura medievali. Abbiamo montato il treppiede e la macchina fotografica e poi ci siamo seduti sul pavimento a parlare. Improvvisamente Sudek si alzò come un fulmine. Un raggio di sole era entrato nell’oscurità e tutti e due sventolavamo dei teli per sollevare montagne di polvere antica “per vedere la luce”, come disse Sudek. Ovviamente sapeva che il sole sarebbe arrivato qui forse due o tre volte all’anno e lo stava aspettando.

Nessuno conosceva la città quanto Sudek, che molti chiamavano il poeta di Praga. Praga è una bella vecchia città nel centro dell’Europa, dove si mescolano gotico, barocco e molti altri stili. Ha una delle più antiche università, uno dei più antichi ponti in pietra – il bellissimo  Ponte Carlo – e un imponente castello in mezzo al quale la Cattedrale di San Vito è cresciuta nel corso dei secoli. Josef Sudek non era un uomo istruito, ma era un vero uomo del popolo, un artista popolare nel senso migliore del termine, il cui genio è stato quello di catturare il cuore e lo spirito di questa romantica città medievale. Chi altro avrebbe saputo e sentito istintivamente che il modo per catturare l’essenza di San Vito e far capire agli altri il procedere della sua costruzione era fotografare gli attrezzi da lavoro dei muratori sullo sfondo della maestosa architettura della Cattedrale?

Egli chiamò la serie di fotografie “Contrasti.” Furono pubblicate in un portfolio in edizione limitata e firmata – la sua prima pubblicazione importante – e gli procurarono un immediato riconoscimento.

Sudek in seguito scrisse molti libri sulla città, sulla Cattedrale e sul Ponte Carlo. Ma c’erano anche fotografie dal carattere più intimo e privato. Piccoli angoli della città, i cimiteri, i giardini, e soprattutto il suo piccolo giardino, come lo aveva visto più e più volte attraverso la finestra del suo studio. Tra il 1950 e il 1959 completò l’enorme libro dei Panorami di Praga con una macchina fotografica Kodak del 1894. Ecco il ricordo di quei tempi da parte del suo assistente Jiri Toman.*


* Ceskoslovenska Fotografie, 1966 (CS Photography) 1966. Intervista con Jiri Toman per il settantesimo compleanno di Sudek.


Ho realizzato un buon quarto delle foto di “Panorami di Praga”. Era un’attività sportiva incredibile. Partivamo al più tardi alle 9,30 e tornavamo dopo il tramonto. Colazione al mattino e poi solo fotografia. Tre o più macchine fotografiche, il materiale, una camera oscura per la fotocamera panoramica, obiettivi, treppiede, teste di treppiede, ecc. La sera, dopo aver reso tutto a Sudek, io arrivavo a casa e mi addormentavo mentre il signor Sudek magari andava a un concerto. Una volta anch’io andai a un concerto. Ascoltai qualche battuta e poi mi addormentai come un sasso. Se “Panorami di Praga” sembra tranquillo e sereno il lavoro che ha richiesto nessuno può immaginarlo. E poi, poche persone hanno visto Praga da tutte le angolazioni sulle quali il signor Sudek si è arrampicato.

Posso dire lo stesso per le fotografie della Cattedrale, del Castello e dei Giardini Reali. La vitalità di Sudek era realmente incredibile. Anche a settant’anni durante molte delle nostre uscite voleva mostrarci luoghi della città difficili da trovare e i luoghi preferiti dei giardini che si affacciavano sulla sua amata Praga. E riusciva sempre ad andare avanti quando noi eravamo sul punto di crollare.

Ma c’erano anche momenti di riposo mentale, quando Sudek vedeva gli amici, ascoltava musica e dormiva fino a tardi. Nel 1948 scrisse: “Oggi è il primo maggio e non so cosa mi sia preso, visto che mi sono alzato tranquillamente alle 8 e mi sono messo subito a lavorare fino alle 14. Non succedeva da molto tempo.” Ma per lo più era in movimento e non si stancava mai sulle ripide colline di Praga.

Incredibile quanto la sua vitalità era la mancanza di autocoscienza di Sudek. Non gli importava davvero cosa la gente pensasse di lui o del suo aspetto. E le sue imprecazioni erano famose.

Il dottor Brumlik, che lo conosceva bene, mi ha raccontato una storia emblematica su Sudek. L’Associazione degli artisti di Praga, di cui il Dr. Brumlik all’epoca era segretario, negli anni Trenta organizzò una mostra. Il presidente Masaryk era atteso all’inaugurazione e Sudek voleva fotografarlo. Arrivò con la sua antica macchina fotografica, come al solito non sbarbato e con i suoi vecchi abiti sgualciti. Non gli era venuto in mente di vestirsi in modo diverso per questa o per qualsiasi altra occasione. Uno dei poliziotti, sempre in servizio in queste occasioni, lo scambiò per un vagabondo e si rifiutò di farlo entrare. All’ingresso ci fu una discussione. Per fortuna il dott.Brumlik si accorse del trambusto e, poiché conosceva il poliziotto, riuscì a far entrare Sudek nella sala della mostra.

Con il passare degli anni l’uomo simile a uno gnomo con le spalle ricurve e l’abbigliamento trasandato divenne una figura familiare per le strade di Praga. Si presentava spesso alle esposizioni dei suoi amici, anche se raramente alle inaugurazioni, anche delle sue mostre. È sempre rimasto sempre timido e modesto, e anche quando la sua fama cresceva, preferiva rimanere anonimo.

Ricordo quando andavo ai concerti con lui. Sceglieva un posto a sedere dietro una colonna, per non essere riconosciuto, in modo da potersi concentrare meglio sulla musica. Con grande fastidio delle persone intorno a lui, a volte batteva il piede a ritmo di  musica. Era così concentrato che nulla intorno a lui sembrava esistere se non l’intrecciarsi delle voci e dei temi della musica.

Sudek amava tutte le arti, ma la musica faceva parte della sua vita. “Lo sai che senza la musica sarei completamente perso”, scriveva in una delle sue lettere. “Ora inizierò con la musica contemporanea e con la musica popolare molto antica e primitiva. Era sempre curioso e desideroso di esplorare in profondità qualcosa di nuovo.

Alcuni dei miei ricordi più belli sono i martedì sera quando c’era l’open house nello studio. Il lavoro veniva messo da parte, gli amici si riunivano e Sudek dava il benvenuto a tutti con le parole: “C’è musica… e continua a suonare con gioia” – il suo modo di dire “la vita va bene, nonostante tutto”; e molti di noi l’hanno adottato come saluto. Poi sceglieva un disco dalla sua vasta collezione e mentre la musica suonava nessuno parlava. Sudek era lontano, nel suo mondo. E anche per me questo era un mondo completamente nuovo, mentre venivo introdotta al suono della musica medievale, rinascimentale e barocca.

Sudek raccontava che il suo amore per la musica gli era stato trasmesso da sua madre, che quando lui era piccolo cantava mentre faceva il bucato; e che da lei aveva ereditato anche la sua indole gentile. Riteneva che Il suo carattere e la sua caparbia determinazione gli venissero dal padre. “Quando mio padre, un pittore di interni, diceva a se stesso che non avrebbe lavorato, non c’era modo di smuoverlo; di questo anche Sudek era capace. Di certo non sembrava esserci in lui alcuna durezza e mi sono spesso meravigliata del fatto che non fosse mai amareggiato per la sua disabilità o per le sue delusioni.

Sudek amava le belle donne. Ne ricordo una in particolare. Per un po’ di tempo si parlò anche di matrimonio, ma non se ne fece di nulla. Sospetto che a volte facesse il buffone per nascondere i suoi veri sentimenti; in ogni caso, il suo grande amore era la fotografia e la sua bella Praga. Nessuno avrebbe potuto reggere a lungo la competizione.

Anche nel 1974 – e Sudek allora aveva settantotto anni – mostrò il suo apprezzamento per le donne. Quando gli mandai le fotografie della sua mostra alla George Eastman House di Rochester, per la quale avevamo prestato molte stampe, aggiunsi alcune immagini del museo e dei visitatori, e lui mi scrisse “Grazie per le foto e soprattutto per la monumentale giovane donna che avete catturato per i posteri – suppongo che sia destinata a me?”

Sudek aveva un modo per tenere lontana l’infelicità. Quando a Praga morì la mia amica Bela – che era diventata una buona amica anche sua, lui non parlò della “piccola madre,” come la chiamava lui, per più di un anno. Allo stesso modo, in una lettera del dicembre 1955, parlò solo di sfuggita della perdita della propria madre, perché non poteva sopportare di soffermarsi su questo argomento. “In questo momento ho in testa una pubblicazione, ma di questo parlerò più avanti. Dall’ultima volta che ti ho scritto, sono morti il pittore Filla e Vanicek e mia madre. Qui nello studio non ci sono molte novità, a parte le cose sempre nuove, per lo più dipinti. Almeno Sudkova ha qualcosa di cui lamentarsi.”

E aveva un modo particolare di piangere il suo amico, il pittore Vaclav Sivko. Sul retro di una stampa, in una lettera del luglio 1974, scrisse: “La figura dietro la finestra di questa fotografia è Sivko che, non so se te l’ho già detto, è morto per un attacco di cuore, fatto che purtroppo  ha sorpreso tutti noi. Dopo il disco di Mozart ascolterò Scott Joplin. Mozart è così meravigliosamente triste che forse Joplin scaccerà la tristezza”

Anche sul piano professionale non sono mancate le delusioni. Sudek è stato talvolta criticato per essere troppo formale, troppo statico, troppo romantico o non abbastanza impegnato socialmente. Ma lui si limitava a sorridere.

Sono indubbiamente prevenuta. Amo le fotografie di Josef Sudek e le ho sempre ammirate.

È difficile oggi credere che la loro delicata bellezza non sia sempre stata evidente agli altri.

Quando ho espresso la mia frustrazione per il fatto che in questo Paese il riconoscimento per il suo lavoro tardava ad arrivare, nel 1970 lui mi scrisse:

“Di solito c’è una corsa alla fotografia per entrare nelle mostre e io non cercherò di entrare, e se si dimenticano di me non succederà nulla, se dovessi far parte della folla, neanche questo ha importanza. Quindi aspettiamo e vediamo. Se il signor X mi considera un pezzo d’antiquariato, non c’è niente da fare: è così che mi vede e non riuscirete a fargli cambiare idea. Vedete, sapere qualcosa sul presente non è così facile. Forse gli verrà in mente dopo che avrà sbattuto la testa contro qualcosa di “moderno”.

Quando, nello stesso anno, cominciò finalmente a delinearsi l’occasione di  una mostra e io proposi l’eventualità di un libro, questa fu la sua risposta:

Con una mostra e un libro con le mie fotografie – affrettati lentamente – per le seguenti ragioni. Per prima cosa deve avere una testa e una coda e anche un po’ di spina dorsale, e voi dovete farmi sapere quali soggetti fotografici avrebbero qualcosa da dire e quante foto ci dovrebbero essere. Come sapete, ho i seguenti formati: 13 x 18, 18 x 24, 24 x 30, 30 x 40, 10 x 30, e ora tutto è fatto con i bordi. E poi deve essere stampato in modo decente.

E nel 1974:

Certamente una parte di questo sparirà, ma ho la sensazione che qualcosa  sicuramente resterà. Quando sarà tutto stampato si potrà senza dubbio scegliere un centinaio di stampe come tu suggerisci. Soprattutto non vorrei includere cose dei miei libri precedenti, solo forse qualcosa come riassunto o inizio di un periodo. Non mi piace il tè rifatto due volte. . . . E riguardo a chi dovrebbe scriverlo sarebbe bene che quel qualcuno avesse un po’ di conoscenza del mio mondo fotografico. Che tu trovi strano, come scrivi, di sapere poco di me, pur conoscendomi da così tanti anni, questo non dovrebbe preoccuparti, io stesso sono piuttosto confuso su di me e più invecchio più mi confondo.

“Il tuo desiderio teorico di venire a trovarti laggiù non avverrà se non nella mia prossima vita”, scriveva nel 1970. “Ora non è rimasto molto tempo per avere nuove impressioni – non nel mio repertorio visivo – perché non riesco nemmeno a rendermi conto di tutto ciò che ho combinato qui. Invece, quando sarete di nuovo in Europa, dovrete rallentare il vostro ritmo alla velocità di un abitante del posto e venire a Praga per un po’ più di tempo.”

E nel 1972:

Il tuo invito all’inaugurazione della mia mostra a New York è appena arrivato. . . quindi mi sto preparando all’intoppo. Bisogna fare un respiro profondo per far passare il singhiozzo e poi bere un drink – e così berrò un drink.

[n.d.t.: I’m preparing myself for the hiccups = espressione idiomatica in cui hiccup, che letteralmente significa singhiozzo, è usato in senso metaforico nel senso di “ostacolo, intoppo”]

“Affrettati lentamente” è stato il motto di Sudek durante tutta la sua vita. Non esprimeva solo pazienza ma una filosofia, l’attitudine a pensare che tutto è per il meglio. Rileggendo le sue lettere era sempre rassicurante sapere che se qualcosa non poteva essere realizzato o fotografato quest’anno, avrebbe sempre potuto ripresentarsi in un’altra occasione: “Quest’anno non c’è stata la primavera e nemmeno l’inizio della primavera e così quello che aspetto per tutto l’anno è andato in fumo e ora devo sperare nell’anno prossimo.” Questa è una delle poche volte in cui Sudek ha detto di sentirsi giù, come se il fatto che la primavera lo aveva deluso avesse influenzato tutti i suoi pensieri. Prosegue:

Anch’io mi demoralizzo a volte e provo disgusto per quello che sto facendo e quando mi sento così penso che quello che sto fotografando è probabilmente senza senso, ma poiché non cambierà più e visto che lo faccio da così tanto tempo, forse non è poi così male dopo tutto e quando mi libererò della malinconia, allora mi rimetterò in movimento. Ho un po’ di svantaggio perché non posso parlare con nessuno della mia generazione, dato che sono già solo ma credo che sia meglio avere una stupida depressione che non avere nessun problema – che è davvero brutto quando non te ne frega niente di nulla. È un peccato che ogni tanto non si possa fare una bella chiacchierata in pace … Spesso quando ascolto musica penso al signor Brumlik e a te.

E così la vita di Sudek sembra essere stata guidata dal tempo, che in realtà significava la luce delle stagioni. A volte fotografava in inverno e in autunno, ma più spesso in primavera, quando la sua vita sembrava rinnovarsi: “Mi piace fotografare il primo accenno di primavera e tutta la primavera. Praga cambia e anche in una persona le cose cambiano.”

Un’altra volta scrive:

Sto aspettando la primavera, proprio come voi. . .  Da Natale ho il raffreddore e non riesco a liberarmene. Oggi è il giovedì prima di Pasqua e così stamattina sono andato a dare un’occhiata intorno al castello e dentro San Vito. Il sole splendeva ma lì dentro faceva talmente freddo che dopo mezz’ora ho dovuto tornare di corsa a casa a prendere un tè con un bicchierino per riscaldarmi. Pensavo al periodo in cui abbiamo fatto lì delle fotografie; allora faceva più caldo. Ho visto qualcosa che voglio fotografare e quando farà caldo darò un’altra occhiata. . . . Vi auguro una buona primavera in ottima salute come in fotografia.

Giovedì prima di Pasqua, nel 1970, quando era in realtà bello ma freddo.

Nel 1974 il tempo era migliore e lui scrive:

L’inizio della primavera è alla mia finestra e così vado un po’ ai giardini per vedere come la primavera si sta risvegliando. Finora San Pietro ha condotto tutto molto bene e quindi forse ci riuscirà e non correrà troppo velocemente…. Forse è solo un attacco di febbre primaverile: durerà circa due settimane e dopo comincerò a ragionare di nuovo.

E nel 1975 :

Poiché il tempo è ancora più pre-primaverile che primaverile, è per lo più nuvoloso e l’umore non è adatto alla fotografia, dovrò cominciare a scrivere la mia lettera. Così, vedi, quando verso Pasqua la primavera inizia a risvegliarsi con un po’ di sole, io passeggio nei giardini il giovedì, il venerdì santo, il sabato … e a volte a Chotek,  a Belvedere, o nel giardino di Strahov o in quello di Lobkovic ho una conversazione con la natura, con gli alberi e l’ambiente intorno – a volte nella mia mente, a volte anche ad alta voce. Ma ora sto divagando nella banalità e quindi è meglio che chiuda questa lettera.

La comunicazione di Sudek con la natura era molto reale, quasi la sua religione, e penso alla sua passeggiata come a una vera e propria Pasqua, un saluto alla nuova vita intorno a lui. Un passante avrebbe potuto chiedersi con chi stesse parlando ma non per molto. Sudek lo avrebbe probabilmente coinvolto nella conversazione e avrebbe attribuito la colpa di questi sciocchi discorsi a “bracha”, il suo folle fratello immaginario. Il suo senso dell’assurdo e il suo senso dell’umorismo erano straordinari, e lui era il primo a prendersi in giro e a non permettere sentimentalismi.

Quando Sudek è diventato più vecchio, è stato quasi come se fosse uscito dalla semi-ibernazione e si fosse gradualmente risvegliato con l’avvicinarsi della primavera. Nelle sue lettere c’è il tema ricorrente dell’attesa di catturare l’inafferrabile rinascita della natura, l’eterno rinnovamento. Così non è mai sembrato che Sudek invecchiasse; si riposava solo tra i vari cicli della sua creatività. Il suo spirito riprendeva vita e tornava con nuove idee.

Ma non stava in ozio in quei momenti, solo che non portava all’aperto le sue pesanti attrezzature. Erano i momenti in cui fotografava la sua finestra e le tante meravigliose nature morte, i ricordi di Pasqua, i ricordi degli amici, i suoi saluti aerei.

Sudek non sopportava le “Nature Morte” che gli erano state insegnate a scuola perché per lui le cose che fotografava non erano mai morte. Gli oggetti che sceglieva per le sue composizioni facevano parte della sua esperienza e della sua vita, spesso erano gli ingredienti del suo pasto frugale – un pezzo di pane, un uovo, una cipolla o una mela. E circondava queste cose semplici di una luce magica, in modo da farci sentire quanto erano importanti per lui. Attraverso i suoi occhi le vediamo in un modo nuovo. Non dimenticherò mai il caos sul suo tavolo da cui ha creato le incredibili fotografie chiamate “Labirinti.” I fogli accartocciati che sembrano una costruzione surreale erano gli involucri accumulati di panini – e altre cianfrusaglie – che sua sorella Sudkova gli portava ogni giorno per il suo pranzo.

Forse queste nature morte ci toccano così tanto anche perché sembra esserci una vita privata al loro interno che il caos esterno non può intaccare. Molto tempo fa l’editore Jan Rezac parlò dei due amici e pionieri della fotografia cecoslovacca, Sudek e Funke; e chiamava Funke lo sperimentatore e Sudek l’armonizzatore.

Sudek ha attraversato tempi difficili – due guerre mondiali e anni di sconvolgimenti politici e di dissensi. A volte è stato accusato di essere distaccato o di essere distante dalla corrente principale degli avvenimenti, ma io credo che attraverso la semplice rassicurazione del significato degli oggetti quotidiani sia stato in grado di indicare la strada verso la realtà, la salute mentale e la continuità, ed è stata questa armonia e tranquillità che gli ha avvicinato tante persone di diversa estrazione. Quasi come se venissero in un’oasi per riposare e per nutrirsi prima di affrontare nuovamente un mondo folle.

Nel 1960 si tenne a Praga una mostra intitolata “Sudek nelle arti grafiche”, un tributo all’uomo e all’ambiente che aveva creato. Ventidue artisti parteciparono con dipinti, disegni, incisioni, fotografie, litografie e sculture; diverse generazioni di amici e di persone che si occupavano di arte la cui vita era stata influenzata dal suo lavoro e, più spesso, dal suo stile di vita e dalla sua filosofia. Molti erano gli stessi artisti che si riunivano a casa di Sudek per le serate di musica del martedì. Tornavano altre volte da soli per portare a Sudek i loro lavori da guardare, a volte per portarli in dono.

“Non è poi così male, sai, c’è qualcosa, ci stai riuscendo”, e questo incoraggiamento era sufficiente perché l’amico tornasse a casa e riprendesse il lavoro.

Oppure le persone venivano con dei problemi e Sudek ascoltava pazientemente. A volte, quando intuiva che il problema era di natura finanziaria, si limitava a metter loro in tasca qualche corona per aiutarli.Perché Sudek capiva la povertà. Da giovane aveva dovuto lottare per ottenere l’indipendenza finanziaria, ma non appena la sua attività di fotografo ebbe successo, il lato materiale ebbe scarso interesse per lui.

Negli anni successivi le entrate provenivano dalle vite create dal disordine della sua incredibile scrivania. Non si tratta di bizzarrie, ma della ricerca del significato degli oggetti quotidiani intorno a noi, e da quelle cose semplici Sudek ha creato l’armonia sua propria, l’armonia che tanto ammirava nella musica.

Sudek non aveva paura del lirismo, di mostrare le sue emozioni nel suo lavoro. Rimaneva sempre se stesso. Attraverso la finestra di Sudek guardiamo il suo mondo, e ci viene permesso di guardare in una privatissima terra dei sogni

… e c’è sempre la musica…

JOSEF SUDEK – UN AUTORITRATTO

Ecco le parole di Sudek tratte da varie interviste e lettere. Aveva un modo meraviglioso e originale di esprimere i suoi pensieri; come in tutto il resto, era un individualista. Tradurlo è stato un po’ un problema, e temo che non sia stato sempre possibile trasmettere tutto il gusto delle sue osservazioni. Tuttavia, ciò che emerge è la sua completa sincerità e il senso dell’umorismo che rivolgeva verso se stesso e verso il mondo. Sudek non amava i paroloni e spesso rideva quando venivano applicati alle sue fotografie. Era veramente un uomo del popolo – dall’infanzia umile allo stile di vita consapevole degli ultimi anni – ma il suo gusto per l’arte e la musica era molto sofisticato e raffinato.

Sono cresciuto a Kutna Hora. Quando da ragazzo ho visto l’arte arte gotica sembravo un coniglio davanti alla neve appena caduta. Non ero molto istruito; crescevo con il gotico tutto intorno a me e non lo conoscevo neppure. Non avevo buoni voti a scuola e tutti predicevano

che sarei finito sulla forca o, se fossi stato fortunato, avrei fatto il pastore. Questo non mi sconvolgeva poi tanto, dopo tutto cosa c’è di più bello che avere un lavoro all’aria aperta.

Quando hai quattordici anni e ti chiedono cosa vorresti fare, ti domandi – perché non mi lasciano in pace.

La fotografia è stata un’avventura. . .  Prendete un ingranditore, per esempio; era una strana scatola, dove metti un negativo in cima, della carta in fondo, e poi  porti il tutto da qualche parte in uno spazio aperto senza case, lo appoggi per terra e lo lasci esposto per diversi minuti alla luce del giorno.

Quando volevo ingrandire, non era così semplice, dovevo aspettare che il tempo non fosse variabile, in modo che l’esposizione fosse uniforme. Questa non era fotografia, era meteorologia. Oggi è più facile, solo che oggi non faccio più ingrandimenti. Ma prima o poi bisogna decidere.

Mi piaceva leggere, ma i libri allora erano costosi. Per questo motivo ho deciso di diventare rilegatore. Il motivo era ovvio. Ho pensato che almeno avrei potuto leggere tutti i libri gratuitamente.

Quando è cominciata la guerra, la prima guerra mondiale, ho dovuto andare al fronte in Italia. Il paesaggio era bellissimo – finché non si sparava.

La guerra mi ha distrutto il braccio, poi l’ho perso. Naturalmente non mi è piaciuto, ma mi sono consolato che almeno non ho perso la testa. Sarebbe stato peggio.

Ogni giovane vuole diventare qualcosa. Ho dovuto affrontare di nuovo questo problema dopo la guerra. Una tabaccheria, non mi sembrava il caso. Qualcuno mi ha trovato un lavoro in un ufficio. Ci ho pensato molto e alla fine sono andato lì e gli ho detto: Non voglio questo lavoro – perché era primavera e i passerotti cinguettavano.

Per guadagnarmi da vivere ho continuato a provare a fotografare. Poi, quando sono entrato nella Scuola di Arti Grafiche, si è aperto un nuovo mondo. Il professor Karel Novak era un nobile gentiluomo, intelligente, si capiva subito, perché sopportava le mie imprecazioni e le mie frasi, come erano rimaste nel mio vocabolario dai tempi della guerra. Mi piaceva anche che mostrasse una collezione di foto e non dicesse nulla. Non è forse bello quando uno non dice nulla sulle fotografie.

ll professor Novak … apparteneva alla vecchia scuola. Per esempio, abbiamo fotografato nature morte disposte alla maniera del cosiddetto stile “moderno”…era così artificiale. In seguito sono tornato alle nature morte ma in modo del tutto diverso.

Quando una persona vuole realizzare qualcosa deve andare ad ascoltare qualcuno più saggio. Io sono andato dal pittore Filla. Lui capiva la pittura e l’arte in generale, così una volta gli ho confessato che all’inizio mi piaceva il kitsch patriottico e solo in seguito  sono arrivato a Picasso. Filla sorrise e disse: “Sarebbe stato peggio il contrario”.

Quando ero giovane ero uno sciocco. Pensavo troppo. Per fortuna non lo dicevo ad alta voce. Se l’avessi fatto, l’eco mi avrebbe fatto inorridire ancora oggi.

A volte i giovani si fanno carico di troppe cose, ma questo probabilmente non ha importanza. Almeno poi in età avanzata c’è qualcosa da finire.

Amicizie con persone, cose e paesaggi hanno lasciato in qualche modo un segno su di me. Uno dei miei più vecchi amici era Jaromir Funke, allora giovane fotografo della mia età.

… Eravamo entrambi membri di un gruppo di fotografi dilettanti e all’epoca, all’inizio degli anni Venti, eravamo considerati progressisti. Ma … eravamo anche particolari, molto esigenti e non tolleravamo compromessi. Per questo motivo siamo stati cacciati dal Photo Club; eravamo troppo aggressivi e critici.

Spesso andavo con Funke alla ricerca di qualcosa che avevamo deciso nelle nostre teste e non c’era verso, non ne usciva nulla. E allo stesso tempo, all’improvviso, abbiamo fatto qualcosa d’altro e così è stato. La scoperta: questo è l’importante. Prima viene la scoperta. Poi segue il lavoro. E poi a volte di questo ne resta qualcosa.

Insieme ad altri fotografi, nel 1924 fondammo la Società fotografica ceca nel 1924… Ci siamo opposti alla generazione di nostro padre e abbiamo protestato contro le tendenze artistiche della fotografia. Ci dedicavamo alla fotografia come mezzo di documentazione, sostenevamo l’integrità del negativo e ci opponevamo energicamente a tutte le manipolazioni e a tutte le tecniche complicate che rientravano nella categoria dei “processi artistici”, come il bromoil, il carbone, la gomma, ecc. e rigettavamo anche il ritocco e il post-trattamento del negativo.

Una delle mie prime foto è stata quella di un carro irrigatore trainato da cavalli. Ho buttato via il negativo: non si dovrebbe farlo. Molte volte mi sono pentito di non averlo più. Cavalli che tirano un carro per l’irrigazione! Oggi sarebbe una rarità.

Il mio amico Funke era un intellettuale…, rappresentava l’avanguardia dei fotografi cechi.

… ma eravamo entrambi romantici nel cuore, altrimenti non saremmo mai stati in grado di lavorare come abbiamo fatto. Funke morì nel 1945.

Non si può evitare di essere influenzati da altri, ma queste influenze sono state positive solo nella misura in cui mi hanno costretto a seguire la mia strada. All’inizio della mia vita ho conosciuto il ceco-americano Ruzicka e attraverso lui la fotografia di [Clarence H.] White. A quel tempo non sapevo ancora che tutto il mistero si trova nelle zone d’ombra. Quando il dottor Ruzicka arrivò dagli Stati Uniti mi disse spesso: esponi per le ombre, il resto verrà da sé – aveva ragione… Ma come padroneggiare la tecnica, questo non lo sapevo ancora.

Il pittore Frinta … mi ha raccomandato all’editore Druzstevni Prace, al quale in seguito ho fornito fotografie per la sua rivista Panorama. Verso la fine degli anni Venti e durante gli anni Trenta realizzai per questa casa editrice anche ritratti e immagini documentarie, nonché foto pubblicitarie di oggetti in vetro e porcellana disegnati dal noto designer ceco Ladislav Sutnar. … Frinta conosceva le fotografie della Cattedrale [di San Vito], che avevo scattato per mio piacere personale a partire dal 1924 … Mi propose di fare un’edizione di 120 copie firmate, un album per bibliofili con 15 fotografie.

La mia collaborazione con Druzstevni Prace … è stata molto importante per me. La casa editrice … era davvero una realtà che forniva ai suoi membri non solo un’eccellente scelta di libri di alta qualità, ma anche articoli … Era tutto molto entusiasmante.

Ho lavorato con un gruppo di amici, avevamo molte idee simili e sarebbe stato difficile trovare un altro circolo in cui avrei potuto lavorare con tanto entusiasmo per così tanti anni. Il mio lavoro con Druzstevni non mi ha portato solo vantaggi materiali, ma anche un apprezzamento intellettuale.

Si impara dovunque. Ho fatto anche foto pubblicitarie, per esempio di scarpe; era un lavoro interessante per i suoi dettagli e la sua accuratezza. Ho anche fotografato biancheria intima – quella femminile era divertente, quella maschile meno.

Non appena ho guadagnato abbastanza soldi per pagare l’affitto e il cibo, ho chiuso lo studio e ho lavorato per conto mio. Non bisogna mai perdere il contatto con ciò che ci sta a cuore; al massimo si può fare un’interruzione di mezzo anno. Se è più lunga, si perde il filo e non lo si ritrova più.

Nel 1933 ho partecipato alla Mostra di Fotografia Sociale e ho realizzato la mia prima mostra personale a Praga. Ho continuato a fotografare Praga, soprattutto il Castello, sul quale dopo la guerra ho pubblicato due libri, oltre a un libro sulla città stessa.

Mi sono imbattuto in una fotografia del 1900 circa che mi ha affascinato per la sua consistenza e per l’eccellente qualità. Misurava 30 x 40 cm e mostrava una statua di Chartres. Ad un esame più ravvicinato ho scoperto che si trattava di una stampa a contatto. Da quel giorno in poi – era il 1940 – non feci più  altri ingrandimenti.

Stampo le mie fotografie esattamente come un artista grafico stampa l’incisione o l’acquaforte sulla sua stampante. Voglio soltanto che la macchina fotografica con il suo obiettivo fornisca ciò che io stesso le metto davanti.

Calcolo tutte le esposizioni per tentativi quindi non posso garantirne l’accuratezza (quando devo dare informazioni tecniche per un articolo di rivista), tranne che uso la più piccola apertura della lente.

Quando durante la guerra ho iniziato a fotografare la mia finestra,  ho scoperto che molto spesso sotto la finestra stava succedendo qualcosa che diventava sempre più importante per me. Un oggetto di qualunque genere, un mazzo di fiori, una pietra, insomma, qualcosa separava questa natura morta e ne faceva un’immagine indipendente. Credo che la fotografia ami gli oggetti banali, e io amo la vita degli oggetti. Sono sicuro che conosciate le fiabe di Andersen: quando i bambini vanno a letto, gli oggetti prendono vita, i giocattoli per esempio. Mi piace raccontare storie sulla vita degli oggetti inanimati, per raccontare qualcosa di misterioso: il settimo lato di un dado.

Mi avrebbe annoiato moltissimo limitarmi a una direzione specifica per tutta la vita, ad esempio la fotografia di paesaggi. Un fotografo non dovrebbe mai imporre a se stesso restrizioni simili.

Ero profondamente legato all’architetto Otto Rothmayer … L’ho incontrato nel Castello di Praga dove stavo scattando foto per me e per vari architetti. Uno di loro mi parlò della bellezza del giardino di Rothmayer. Sono molto appassionato di giardini di città e in particolare volevo conoscere questo giardino. Quando Rothmayer mi chiese di fotografare le sue sedie,  accettai immediatamente, ma in realtà era il suo giardino che volevo fotografare.

Rothmayer fu soddisfatto delle fotografie e diventammo amici… Siamo stati amici fino alla sua morte.

Rothmayer era un artista che – come me – non aveva una grande considerazione per il razionalmente definibile.

La maggior parte delle immagini panoramiche sono state realizzate dopo la morte di Rothmayer, e solo alcune sono state scattate nel suo giardino.

Ho fotografato prima di tutto la città di Praga, e il libro Praga Panoramica con 288 fotografie è apparso nel 1959. E’ stata usata una Kodak 1894, che avevo trovato in una piccola città della Moravia durante la Seconda Guerra Mondiale. Ha solo due velocità dell’otturatore e fa negativi di 10 x 30 cm.

Intanto sto cercando di fotografare con una fotocamera 30×40 e non vale un cxxx. Quindi forse sono sulla strada giusta per imparare. Solo che lì dentro sembra tutto diverso rispetto al formato più piccolo a cui sono abituato, e per il momento non so o meglio non vedo come procedere. La tecnica di masterizzazione è molto difficile, tutto ci mette così tanto tempo e io sono così goffo, così poco pratico, in una parola maldestro.

Non ci sono molte persone nelle mie fotografie, soprattutto nei paesaggi. Per spiegare questo, vedi, mi ci vuole un po’ di tempo prima di preparare tutto. A volte ci sono delle persone, ma prima che io sia pronto se ne vanno, e allora cosa posso fare, non andrò a riprenderle.

Sono stato ispirato a realizzare “Remembrances” dai regali dei miei amici e ho cercato di onorare chi li ha donati… con queste composizioni.

Non ho una particolare inclinazione verso… il tutto chiaramente definito; preferisco il vivo, il vitale, e la vita è molto diversa dalla geometria; la sicurezza semplificata non ha posto nella vita.

Tutto ciò che ci circonda, vivo o morto, agli occhi di un fotografo pazzo assume misteriosamente molte variazioni, così che un oggetto apparentemente morto prende vita grazie alla luce o a ciò che lo circonda. E se il fotografo ha in testa un po’ di buon senso, forse riesce a catturare un po’ di questo – e suppongo che questo sia lirismo.

Quando una persona ama la sua professione e si sforza di superare le difficoltà che le sono legate, allora è contenta se almeno qualcosa di quello che ha cercato di fare riesce. Credo che questo sia sufficiente per tutta la vita. E mentre lo si fa si suda davvero, e questo è un valore aggiunto…

Un tempo ero affascinato dalla pittura; ora la musica ha preso il posto della pittura.

Un giorno non riuscii a resistere. Quando i musicisti della Filarmonica Ceca mi dissero: “Josef, vieni con noi, andiamo in Italia a suonare”, mi sono detto: “Stupido che sei, tu ci sei stato e non ti sei goduto quel bel Paese quando eri un soldato dell’esercito dell’imperatore”. A Milano ricevemmo molti applausi e consensi e viaggiammo lungo lo stivale italiano finché un giorno arrivammo in quel luogo: dovetti sparire nel bel mezzo del concerto; nel buio mi persi, ma dovevo cercarlo. Verso l’alba, lontano dalla città, nei campi bagnati dalla rugiada del mattino, trovai finalmente il posto. Ma il mio braccio non c’era: solo la povera fattoria dei contadini era ancora in piedi al suo posto. Mi ci avevano portato quel giorno, quando mi avevano sparato al braccio destro. Non riuscirono mai a rimetterlo insieme e per anni passai da un ospedale all’altro e dovetti abbandonare il mestiere di rilegatore. Pare che i Filarmonici mi abbiano anche fatto cercare dalla polizia, ma in qualche modo non riuscivo a tornare da questo Paese. Tornai a Praga circa due mesi dopo. Non mi rimproverarono, ma da quel momento in poi non sono più andato da nessuna parte e non lo farò mai.

Cosa cercherei se non trovassi quello che volevo trovare? Al massimo vado in Moravia, nella regione di Leos Janacek, la sua Hukvaldy – ma eccomi di nuovo a parlare di musica. Nella musica si trova tutto … La musica deve essere dentro di te.

Ho la sensazione che (il mio amore per la musica) sia iniziato con il canto di mia madre. Cantava sempre quando faceva il bucato. E a scuola, da ragazzo, cantavo anch’io. Ma ero così pigro che mi piaceva solo il canto e non le note. Così, ancora oggi, non so leggere la musica. Quando sono venuto a Praga per la prima volta nel 1910, la prima cosa che ho voluto fare è stata andare al Teatro Nazionale, per sentire che cosa fosse effettivamente un’opera lirica.

Ne avevo solo sentito parlare; che era un grande edificio, che lì si cantava e che c’è musica. … Dopo la guerra mi sono dedicato alla musica sinfonica. Non ero molto più esperto dopo i primi concerti, ma poi tutto è andato a posto. So che l’opera non mi ha mai perdonato di averla abbandonata. Ho scelto le sinfonie e i concerti. Solo molto più tardi ho scoperto gli strumenti solisti e i quartetti.

Ho sentito il primo fonografo da ragazzo. A Nove Dvory c’era un castello e il direttore aveva un grammofono a tromba; lo tenevano alla finestra e ascoltavano in giardino. Noi ascoltavamo dall’altra parte del recinto. Ho comprato il mio primo fonografo nel 1928.

La musica influenza il mio lavoro, ma come, non saprei dirvi. O la senti o pensi di sentirla, ma non è così. Ma in ogni caso ti dà una spinta. La musica mi ha sempre condotto verso qualcosa. Se prendi seriamente la fotografia, devi interessarti anche di un’altra forma d’arte. Per me è la musica. Questo ascoltare la musica si manifesta nel mio lavoro come un riflesso in uno specchio. Mi rilasso e il mondo appare meno sgradevole e vedo che tutto intorno a me c’è  bellezza, come la musica.

Janacek-Hukvaldy … è uscito nel 1971, ma le immagini sono molto più vecchie. Risalgono al periodo in cui ero innamorato della musica di Leos Janacek, e l’ho creato da un sentimento di amicizia.

Mi sono detto che se Janacek ha una musica così bella, doveva avere anche un bel paesaggio – da dove proveniva la musica, e che avrei dovuto andare a dare un’occhiata. Volevo farlo, ma per molto tempo nulla. Finché l’editore Klika mi spinse a intraprendere il viaggio. Furono esperienze meravigliose: il paesaggio, le rovine del castello, gli alberi e le colline. Un anno dopo ci tornai. Mi dissi che l’avrei fotografato. Ma ancora una volta, come sempre, ci volle un po’ di tempo. All’inizio ci sono andato ogni anno, poi ne ho saltato uno; il materiale si accumulava, ma ancora niente libro. . . . Quello che alla fine è stato pubblicato, il libro Janacek-Hukvaldy è un risultato di un grande sforzo per qualcosa.

Probabilmente non sarò in grado di prendere in considerazione o di portare a termine altri progetti. È come se dicessi che sarebbe una bella gita andare a piedi fino a Hukvaldy e ritorno. Ma in ogni caso non riuscirei a fare tutta la strada e certamente non il viaggio di ritorno. Questo è già come una favola, ma anche un rischio e un’incertezza. Anni di ricerca, ma a un certo momento non resta abbastanza tempo.

Non smetto mai di sorprendermi per l’interesse dei giovani per le mie immagini. Posso spiegarlo solo nel contesto di un certo desiderio di romanticismo, del buon vecchio artigianato. Ma questo passerà e tra qualche anno il loro interesse sarà diverso. Ma le profezie sono sempre rischiose. I critici della mia generazione non hanno mai visto la fotografia come un ramo indipendente dell’arte; oggi questo è accettato come un dato di fatto.

Non mi piacciono le discussioni sulla domanda se la fotografia sia un’arte. Anche se penso che se fosse stata solo un mestiere non sarei rimasto con lei per tutta la vita.

Ogni giovane ha talento. Ma il talento da solo non è sufficiente. Una volta ho conosciuto un pittore di talento. Lui beveva e beveva. E finì come se non avesse nessun talento.

Questa professione non ha una lunga tradizione. Un centinaio di anni? Che cos’è? Molto dipende dall’abilità. Per ora non è possibile fotografare solo con gli occhi. Quando voglio realizzare qualcosa faccio tutto da solo. Per questo non mi occupo di  fotografia a colori, è una professione complicata che non conosco. Far sviluppare altrove il proprio materiale, mi darebbe fastidio.

Quando un fotografo decide di scegliere un tema, vuole finire, mettere tutto insieme e chiudere un capitolo. Ma questa è una forzatura. È meglio piuttosto fare anche altre cose e vivere. Quando qualcosa non si realizza da sola, non può essere forzato. Le foto poi appaiono stanche.

Si dovrebbe fare ciò che si sa fare. Stavo mettendo insieme delle fotografie per qualcosa chiamata mostra. Per Praga e Brno. Pensavo a una retrospettiva completa. Ma è possibile? Una persona può farcela? Sono appena riuscito a raccogliere le fotografie in“Rimembranze”, “Labirinti”, “Passeggiate” (“Remembrances”, “Labyrinths”, e “Walks”).

Credo molto nell’istinto. Non bisogna mai spegnerlo volendo conoscere tutto.

Non bisogna fare troppe domande, ma fare bene ciò che si fa, non avere fretta e non tormentare mai se stessi.

                                                            


FONTI

  1. Mlady Svet (Mondo Giovane), marzo 1976, Praga. Intervista con Rudolf Krestan.
  2. Kvety (Fiori), 14 settembre 1968, Praga.
  3. Camera, aprile 1976, Svizzera. Intervista con Anna Farova.
  4. Ceskoslovenska Fotografie (CS Photography), 1966. Intervista a Milon Novotny

in occasione del settantesimo compleanno di Sudek.

  1. Memorie di Vladimir Fuka.
  2. Lettere a Sonja Bullaty del 22 marzo 1950 e del 23 settembre 1949.
  3. Literarni Mesicnik (mensile letterario), aprile 1974, Cecoslovacchia. Intervista con Miroslav Khol.
  4. Intervista sulla musica a Marie Kulijevycova, Praga. Data e pubblicazione non verificate.

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