Howard Fox su Roberto Barni

Da: Roberto Barni, opere recenti

a cura di Cleto Polcina

Catalogo della mostra

Galleria Cleto Polcina Roma

1985

 

Roberto Barni: Il Melodrammatico, 1984. Olio su Tela 1200×100

 

I dipinti di Roberto Barni, superbamente gestuali, selvaggiamente composti e di una vigorosità vitale, possono apparire ad un primo sguardo ridondanti e aggressivamente caotici, come un’effusione incontrollata di una passionalità emozionale. In ef­fetti, la sovrapproduzione energetica nel lavoro di Barni non è espressione impetuosa di emozioni personali, ma è accuratamente articolata e, se possiamo usare il termine, sensibilmente « orchestrata » a comunicare una complessa costellazione di significati poetici e metaforici.

Lungi dall’essere non-controllata, la pittura di Barni è profondamente ponderata, meditata al punto che anche un’analisi superficiale rivela Barni quale uno dei pittori più filosofici, contemplativi ed acuti dell’avanguardia italiana.

Barni è un umanista ed un esistenzialista. Il suo tema costante ed iterativo — dai primi autoritratti freudiani con i loro sdoppiamenti intrecciati in relazione ambigue, alle scene di battaglia, ai recentissimi dipinti mitologici di centauri e demoni — è la visione tragico-comica dell’esistenza umana. La « scena » è varia: un giovane si nutre dei frutti dell’albero della conoscenza; un individuo si divincola per liberarsi di una seconda figura che è proprio l’immagine di se stesso; una cariatide sostiene il peso di un massiccio edificio, un eroe imprigionato in un combattimento mortale con un dragone o un grifone. Il tema principale rimane lo stesso: la lotta universale che l’uomo sostiene e contro la quale deve prevalere.

Le visioni di Barni, forgiate nell’immaginazione, sono al contempo familiari ed oscure; sempre riconoscibili ma anche inverosimilmente fantastiche, simili più alla realtà dei sogni e dei miti che alle immagini dell’esperienza quotidiana. Catastrofi, esplosioni, tempeste, battaglie, eroi e vittime, nei suoi dipinti, non sono rappresentazioni di eventi « reali », ma piuttosto rappresentazioni simboliche e metaforiche dello scontro con la natura, la storia e la condizione umana.

Le rappresentazioni della natura in Barni sono più che mai rivelatrici della sua concezione esistenziale dell’uomo. Spesso il protagonista è personaggio trascurabile, at­tore minore in un grande evento e nel quale il suo ingresso drammatico diventa virtual­mente un ripensamento. In « CAVALIERI NEL VORTICE » (1983), e nei lavori dello stesso ciclo, la natura è smisurata; l’uomo è piccolo: lo spazio dipinto è dominato da enormi raffiche di vento, effigiate in volute di forma barocca, che pompano ed esplo­dono dal cielo; contemporaneamente in basso, nell’angolo a destra, quasi perso, un minuto ma nobile cavaliere carica in avanti nella completa indifferenza della tempesta so­prastante.

Ma l’uomo esiste anche nel tempo e nel suo scorrere, conscio del futuro ed anche del passato. L’artista vive la coscienza del passato con le conquiste e i fallimenti che lo hanno preceduto nella storia; la storia è un peso terribile con cui l’artista deve confron­tarsi. Nell’arte di Barni la storia viene rivelata metaforicamente, come un’esplosione, solitamente in frammenti architettonici che deflagrano nel primo piano del quadro con manifesta forza distruttiva. Qui il protagonista appare nella forma di « cariatide » (di destini) che porta il pesante fardello dei frammenti « terremotati ».

I frammenti — colonne classiche, portici, archi e sculture — raffiguranti in « ENEA » (1983), « PATERNITÀ » (1983 e in numerosi altri lavori), significano l’arte del passato ed i suoi inani propositi. In un sopra-senso, essi rappresentano materiale di cultura, elevato o triviale, esorbitante o puramente necessario, ed anche le cose che l’uomo deve costruire per continuare la sua sopravvivenza. Così, l’architettura può es­sere sublime come un elegante tempio greco, o banale come un fabbricato di campa­gna.

Le cariatidi di Barni non solo sopportano un peso fisico, ma anche uno storico e me­tafisico. Concretizzano il fine ultimo dell’edificatore e dell’artista e le responsabilità delle muse. Esse devono sostenere la civilizzazione. Per Barni materiale di cultura è sia la dannazione dell’artista che la sua salvezza: la dannazione a causa dell’imponente compito di creare cose degne, e la sua salvezza, sia nell’ispirazione dell’impulso crea­tivo che nella speranza di un risultato genuinamente artistico.

Infine, Barni ci rammenta la nostra mortalità e i nostri bisogni fisici, le nostre debo­lezze e i nostri giorni limitati sulla terra ed infine, tutte le nostre aspirazioni, alla for­tuna, o al pregio, o all’amore, o alla saggezza. Queste cose, « correlate, costituiscono la costante della nostra « umanità ». È cruciale per Barni rappresentare i duplici aspetti della nostra umiltà e della nostra nobiltà, dato che è proprio quella simmetria l’eterna spinta di « grazia » e « disgrazia » che unisce l’essenza della sua visione tragico-comica.

« CONDOTTIERO » (1982-83) è come un sonetto su questo tema eccelso: nella composizione di questo dipinto, lo spettatore è a livello terra; la figura monumentale di un soldato colma il dipinto da cima a fondo. Il vento si ingravida e sibila nel cielo; sullo sfondo « cariatidi anonime » si riaccingono al loro destino da Sisifo portando massi di pietra su e giù da una collina; tutto è forza, lotta, grandezza e il coraggioso soldato di ventura posto al centro ha ai suoi piedi un crocchiare di galline. Barni sorride con un’al­zata di spalle: « Un eroe che da il mangime alle sue galline. Anch’egli deve mangiare ».

Una visione più triste e tormentata di quella stessa umanità è il tema metaforico di « CARI MOSTRI » (1984-85), in cui una figura vaga, anonima, scopre nei boschi un gruppo di vergognose e terrorizzate creature in parte uomini ed in parte animali. Essi salutano il loro « fratello » umano — che a sua volta li abbraccia — dandogli il benve­nuto fra loro battendosi sul proprio petto. La scena è una rappresentazione dell’accet­tazione e perdono dell’Io e del peccato originale.

Barni quindi non è un ottimista e tuttavia non è completamente pessimista. I suoi eroi non sono sublimamente eroici o vittoriosi, né sono dei derelitti. Come tutti noi, essi devono vivere nel mondo destinati ogni giorno a scoprire il nuovo o a non scoprirlo af­fatto, a sperare di inventare in parte qualche modo di vivere.

In realtà lo sviluppo dell’arte di Roberto Barni rappresenta una ricerca del suo Io. Ma avvicinandoci al tramonto dell’epoca moderna, l’arte di Barni suggerisce anche una ricerca di una nuova definizione del ruolo dell’arte nell’era post-moderna; più che come oggetto discreto da sperimentare per le sue sensazionali qualità come affermazione fi­losofica che media tra i fatti mondani dell’esperienza quotidiana e le aspirazioni e gli ideali dell’immaginazione umana. L’ethos dell’arte di Barni è una visione dell’uomo. È il consenso dell’artista allo scopo e alla passione della lotta individuale al cospetto della benigna indifferenza dell’universo.

Howard Fox

 

Howard Fox

 

Hirshorn Museum and Sculpture Garden Smithsonian Institution

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