Pigiami e vestaglie attorno alla Pietà di Michelangelo

Pigiami e vestaglie attorno alla Pietà di Michelangelo

L’ultimatum del conte Lionello Vimercati per la vendita della scultura

Da L’Europeo del 19 giugno 1949

di Renzo Trionfera

Ringrazio l’amico Maurizio Ceccarini per avermi segnalato questo articolo, che riporta notizie legate alle ultime vicissitudini della Pietà Rondanini. (p.p.)

ROMA, giugno

L’ ULTIMO atto della vicenda che riguarda la “Pietà Rondanini”, l’incompiuta di Michelangelo, avrà inizio il 20 giugno dinanzi al giudice della quarta sezione del tribunale di Roma.  Se entro quel giorno il conte Ottaviano Vimercati Sanseverino non avrà accolto l’ultimatum che l’avvocato Nino Mannagli  ha inviato a nome del conte Lionello Vimercati (quello che in famiglia chiamano il figliol “prodigo”). Il giudice emetterà la .sua sentenza e si procederà alla vendita giudiziaria del gruppo marmoreo. In questa eventualità si tratterebbe di un ultimo atto breve; gli acquirenti sono già pronti: si tratta di due gruppi finanziari del nord, in uno dei quali sembra interessato anche il senatore Vittorio Cini, e la base d’asta è già stata indicata dal professor Giuseppe Piccolo, perito del tribunale, in duecento milioni di lire. Nessuna possibilità di trattative con l’estero, poiché la “Pietà” è stato dichiarata “opera di importante interesse artistico” e quindi non esportabile; e nessuna o quasi nessuna probabilità che lo stato eserciti all’ultimo momento il suo diritto di prelazione, che verrebbe a costare all’erario almeno un quarto di miliardo

Dissensi tra i Sanseverino

Lionello Vimercati

TUTTO dovrebbe risolversi nel giro di qualche settimana. E’ proprio a questa rapida conclusione, tuttavia, che non vuole arrivare il conte Ottaviano Vimercati Sanseverino, non tanto per ragioni affettive, quanto per motivi di interesse. Il conte sa che con la vendita giudiziaria si potrà arrivare ai duecentocinquanta o, nella migliore delle ipotesi, ai trecento milioni. Non c’è possibilità che la cifra salga ancora, poiché chi compera a prezzo scoperto sa di dover pagare due volte: una ai proprietari e l’altra al fisco. Ottaviano avrebbe voluto trattare con ponderazione, privatamente, per far salire il prezzo togliendo al compratori una parte delle preoccupazioni fiscali. Ma al punto in cui sono giunte le cose, per arrivare a questa soluzione ideale non gli resta che accettare l’ultimatum di Lionello. Questo significherebbe versargli tre milioni di lire in contanti, quale immediato anticipo sulla sua quota parte, e assumere l’impegno di una rapida e vantaggiosa vendita privata, per ottenere in cambio il ritiro della citazione e la sospensione dell’azione giudiziaria.

Tre milioni in un affare che può arrivare al mezzo miliardo (si dice che a prezzo coperto qualche persona sarebbe disposta a pagare quattrocento e più milioni di lire) sono una cifra irrilevante. Ma c’è di mezzo l’astio che da quasi  tre anni divide i Sanseverino, che li ha messi uno contro l’altro in una lotta nella quale non sono mancati i colpi proibiti. Le vicende della « Pietà » sono soltanto un episodio delle più complicate vicende dell’antica famiglia. Le liti cominciarono alla fine del 1945. dopo la morte del conte Roberto Vimercati Sanseverino. Egli aveva lasciato un testamento chiarissimo: un terzo dei beni a ciascuno dei due figli maschi. Lionello e Ottaviano, il rimanente diviso tra le due figlie Agile femmine, Laura e Francesca, e la moglie, principessa  Ottavia Rospigliosi. Era un testamento che non avrebbe dovuto far sorgere dubbi; tuttavia il disaccordo fra gli eredi fu immediato. Il conte Lionello si era ingolfato negli affari e alcuni rovesci finanziari lo avevano messo nella necessità di realizzare con urgenza quanto più possibile  Gli altri erano di parere diverso; Ottaviano soprattutto, che agiva di accordo con le sorelle Laura e Francesca, non voleva svendere, né intendeva riscattare la quota d Lionello. Le discussioni furono vivaci e interminabili; poi prevalse in parte la tesi di Lionello e fu venduto il grande palazzo Sanseverino sul Corso Umberto di Roma. Lo acquistò per una cifra ingente Giovanni Armenise e vi stabilì gli uffici di presidenza della banca dell’Agricoltura. Lionello ebbe la sua quota, ma quel milioni non furono sufficienti per coprire le sue perdite. Furono allora venduti oggetti d’arte e di arredamento di grande valore, ma Lionello aveva ancora bisogno di denaro, di molto denaro, e chiese che gli venisse liquidata integralmente la sua parte. Toccò così anche il tasto delicato della famiglia, quello della “Pietà” di Michelangelo.  Quel gruppo marmoreo era passato ai Sanseverino per eredità, nel 1800, dalla famiglia Rondinini; era stato per oltre un secolo nel palazzo di corso Umberto e lo avevano trasferito in via Nerola, in una villa moderna, dopo la vendita della casa patrizia. Il conte Ottaviano attribuiva all’ultima opera di Michelangelo un valore inestimabile, non voleva privarsene né privarne i coeredi senza la certezza di ricavare dalla statua il massimo utile. Per questo i rapporti  tra lui e il fratello diventarono insostenibili. Da quel momento, per una strana concomitanza, alle preoccupazioni di carattere finanziario che assillavano Lionello se ne aggiunsero altre di carattere porsonale.

Si era ai primi mesi del 1947, Lionello Vimercati aveva allora 36 anni, era sposato con Orietta Ceriana Mayneri, una bellissimia e brillante signora di cinque anni più giovane di lui. La loro era stata una vita abbastanza tranquilla, con una certa indipendenza uno dall’altro, quasi per tacito accordo. Proprio quando la crisi dei Sanseverino raggiunse una fase quasi drammatica, Orietta Ceriana fece una mossa improvvisa Dopo la mezzanotte del 24 marzo 1947 si presentò insieme col padre al commissariato di Porta Pia. Era calma e sorridente. Al funzionario di servizio disse che doveva fare una denuncia; chiese un foglio di carta e scrisse: “La sottoscritta Orietta Ceriana Mayneri in Vimercati, residente in via Adige, sporge querela contro il proprio marito Lionello Vimercati Senseverino, perché il medesimo mantiene una relazione di concubinato con la signorina Renata Consonni, abitante al corso Trieste 19, scala C, interno 5. La sottoscritta fa istanza che ciò venga constatato mediante apposito sopralluogo e presenta allo scopo formale querela”. Alle tre e mezzo del mattino il vicebrigadiere Marino Sabadei, accompagnato da alcuni agenti di polizia, bussava alla porta della Consonni. Nessuno rispose alla prima scampanellata.

Di scandalo in scandalo

DOPO la seconda più violenta, la Consonni socchiuse la porta, lasciando la catena di sicurezza. Il brigadiere le disse che doveva visitare l’appartamento, aggiunse anche il rituale “in nome della legge”: mentre discutevano, dietro la ragazza apparve il conte Lionello Vimercati. Tolse lui la catena e fece entrare gli agenti. Il sopraluogo fu rapido: nella stanza da letto c’era un terzo personaggio, la signora Anna Zanni, in vestaglia, cosi come in vestaglia era la Consonni. Tutti e tre furono accompagnati al commissariato. Dettero spiegazioni adducendo il caldo e sostenendo che il fatto stesso che erano in tre doveva allontanare ogni sospetto.

Quel procedimento per concubinato poteva cambiarsi da un momento all’altro in un grosso scandalo, perché molti bei nomi dell’alta società erano stati citati quali testimoni. Le cose si complicarono ancora di più quando Lionello Vimercati presentò istanza di separazione dalla moglie, che egli accusava di vita irregolare. Nei due procedimenti,il primo penale e l’altro civile, gli avvocati in causa, Nino Manna per il Vimercati e Tumedei per Orietta Ceriana, mossero alle rispettive controparti accuse di estrema gravità; si parlò di stupefacenti, di pericolo per i figli di convivere con la madre, di relazioni adulterine. Orietta Ceriana aveva chiamato a de porre contro il marito, tra gli altri, il marchese Pier Ranieri Bourbon del Monte e il principe Filippo Hercolani. Tutti e due questi testimoni dichiararono presso a poco la stessa cosa e cioè che era opinione comune nell’ambiente mondano di Roma che la signorina Consonni fosse l’amante di Lionello Vimercati. A sua volta, Lionello accusò i due testi di essere stati gli amanti di sua moglie. Lo fece attraverso una istanza del suo difensore in cui si diceva fra l’altro: “Mentre il marito mena una vita che non provoca alcun appunto da parte di conoscenti, la moglie invece, anche in quest’ultimo an no è stata vasta e notata sempre con  giovanotti  e persone che palesemente si mostravano suoi  corteggiatori o addirittura in relazione intima e amorosa. Si dice per esempio che essa sia stata l’amante di Pier Ranieri Bourbon del Monte, che lo sia attualmente del principe Filippo Hercolani, col quale in questo mese sta tutte le sere fino a tarda notte. La Ceriana ha ricevuto nel passato e in assenza del marito spessissime visite, telefonate, fiori e doni da numerosi suoi corteggiatori e conoscenti, compreso Galeazzo Ciano, con i quali alcune volte da sola a solo si è ritirata nel salotto della casa coniugale  rimanendovi anche qualche ora”.

La contessa ritira la querela

ARRIVATI a questa fase del procedimento, anche se si era riusciti a mantener segreta la faccenda, spingerla oltre poteva diventare estremamente pericoloso per tutti. Troppe indagini supplementari avrebbero dovuto essere svolte in faccende che era meglio lasciar nell’ombra. Dall’aula della pretura di via Giulia, la causa fu continuata cosi negli studi degli avvocati, senza più magistrati, per arrivare a una transazione. Orietta Ceriana ritirò la querela e Lionello Sanseverino chiese in sede civile che la separazione coniugale venisse accordata non più per colpa della moglie, ma per accordo tra le parti.

Visto che tutto era finito in una transazione,  il conte Ottavio si rivolse lui all’autorità giudiziaria chiedendo la nomina di  un amministratore della quota ereditaria di Lionello, a tutela dei diritti dei figli. A sostegno di quella richiesta, illustrò  la prodigalità del fratello, si riferì alla sua situazione familiare.  Il tribunale tuttavia respinse la istanza e restò così in piedi solo la citazione per la vendita giudiziaria della “Pietà”, quella citazione appunto che vedrà il suo epilogo il 20 di giugno alla quarta sezione del tribunale di Roma. Ad ogni modo partita vinta sembra averla ormai Lionello Vimercati. Se non avrà i tre milioni che ha chiesto al fratello per ritirare la citazione, avrà, probabilmente tra breve tempo la terza parte di quel che si ricaverà dall’asta. Qualche cosa come ottanta milioni e forse anche di più. se verranno superati i duecentocinquanta milioni. Nell’altro caso, poi, la sua vittoria sarebbe clamorosa: avrebbe l’anticipo immediato e, più in là. una somma molto più forte. Ma lui forse  preferisce non aspettare.

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