Michelangelo: quanto io apro nelle braccia

DUE CONTI DI BUCATO

DI MICHELANGELO BUONARROTI (1)

di ERNST STEINMANN

da: Bollettino d’Arte, 1921 – I (LUGLIO – ANNO I)

 

 

I più bei disegni di Michelangelo furono bruciati da lui stesso a più riprese. Della sua corrispondenza coi papi del Rinascimento da Giulio II a Pio IV non ci sono conservati che pochissimi frammenti. Del suo carteggio con Vittoria Colonna, che pure doveva essere ricchissimo, non rimangono che alcune poche lettere. Però malgrado tante perdite dolorose non c’è artista del Cinquecento, del quale noi possediamo tanti documenti personali, tante lettere, tante carte famigliari di ogni genere quanti ne possediamo del grande Buonarroti. Fra questi fogli sparsi e raccolti principalmente nella Laurenziana a Firenze, nel British Museum a Londra e nella Vaticana a Roma, ci sono conservati pure due fogli colla nota del bucato, scritta dal sommo artista di proprio pugno. Umilissimi documenti di questa vita gloriosa, ma chi attentamente vuol leggerli ci troverà in queste righe schiarimenti preziosi intorno alla vita di Michelangelo, e testimonianze sul suo carattere, come ce lo descrivono con tanti particolari i suoi biografi Vasari e Condivi. Ecco il testo dei documenti:

I

  • Beatissimo padre chome a questi di o schricto un altra volta io chomincio ora tucto
  • Panni sudici che si danno allapo
  • Una nuova tovaglia lunga tre channe e mezo e larga 3 braccia (2)
  • Una tovaglia nuova lunga dua channe e dua braccia e mezo e larga 3 braccia
  • Una tovaglia pur di lensa (3) piu soctile lunga una channa e 3 braccia e larga braccia 2 e mezo
  • Una tovaglia nostrale(4) lunga dua channe e dua braccia e 3 quarti e larga uno braccio e 3 quarti Una guardanappa (5) nostrale lunga dua channe e uno braccio e terzo e larga uno braccio
  • Una tovagliaccia vechia lunga una channa e un braccio e larga dua braccia Una bandinella (6) lunga una channa e dua braccia e mezo
  • Un altra bandinella simile
  • Una tovagliola nuova lunga tre braccia e un terzo e larga uno che a cerri da ogni lato
  • Una tovaglia di dua teli (7) overo uno lenzuolotto lungo mancho un quarto duna channa
  • Dieci tovaglioIini e una chactivo
  • Un lenzuolo lungo una channa· e un braccio e mezzo di tre teli Un lenzuolo lungo una channa e largo una c dua braccia soctile di 5 teli (8)
  • Un lenzuolo nuovo lungo una channa e tre braccia di 3 teli cholle reticelle
  • Uno lenzuolo lungo una channa e 3 braccia nuovo di 3 teli sanza reticelle
  • Uno lenzuolo lungo una channa e tre braccia e mezo chon le reti celle e largo braccia 3 e uno terzo di tre teli
  • Uno lenzuolo lungo una channa e 3 braccia e largo 3 braccia e 3 quarti nuovo di 3 teli
  • Sei camicie dua ciuvattoi tre fazoletti (9)

 

 

II

  • Dua tovaglie nuove lunghe luna tre volte c mezo quanto apro nelle braccia ellarghe pocho piu che io non apro nelle braccia
  • Una tovaglia piu strecta lunga piu che le dua decte dua terzi
  • Una tovaglia di dua teli lunga lunga una volta quantio apro nelle braccia e un braccio piu
  • Dua bandinelle
  • Dieci tovagliolini e un sachecto
  • Dieci chamicie buone e dua chactive
  • Un lenzuolo di 4 teli lungo tre volte e un braccio quantio apro nelle braccia
  • Un lenzuolo di tre teli lungo mancho un braccio di 3 volte quantio apro nelle braccia
  • Un lenzuolo di cinque teli lungo mancho quasi la meta de detti
  • Un lenzuolo di 3 teli lungo dua volte quantio apro nelle braccia
  • Un lenzuolo di tre teli lungo dua volte delle dette
  • Un pezzo di telaccio di braccia 3
  • Chanavacci 3
  • Fazolecti 4
  • Sciugatoi 3
  • Dua tovagliolini

 

La carta distinta a due fogli, con un’ aquila come filigrana, (10) che serviva all’artista per la prima nota, era in origine destinata ad uno scopo ben più nobile. Voleva servirsene Michelangelo per scrivere una lettera al Papa, come dimostra la prima riga: «Beatissimo padre come a questi di ho scritto un altra volta io comincio ora tutto». La lettera non fu continuata, e Michelangelo si serviva della carta di lusso per la nota dei panni sudici, che si dovevano consegnare per esser lavati ad un suo uomo di facenda, chiamato Lapo. A quale papa doveva esser mandata la lettera, e che lavoro voleva cominciare Michelangelo? Non era, come si vede nelle poche parole di questa lettera la prima volta che l’artista scriveva a Sua Santità. Egli stesso parla di un’altra scritta poco prima. Si tratta di una vera corrispondenza di affari più o meno gravi.

Ma in Roma a Michelangelo non mancava l’occasione di intrattenersi a voce coi papi delle imprese, che gli commettevano. Possiamo perciò concludere, che lettera e nota furono scritte fuori Roma, vuol dire a Firenze. Soltanto nel Settembre 1534 Michelangelo si fissò definitivamente a Roma per non tornare più a Firenze, lasciando Roma rarissimamente, come fece una volta per fare la famosa gita a Spoleto. Il documento avrà dunque una data anteriore, e non può esservi quasi dubbio, che Michelangelo col suo «Beatissimo padre» si indirizzasse a Clemente VII per parlargli delle grandi imprese, che allora il papa Medici voleva eseguire a Firenze: la facciata e le sepolture di San Lorenzo (11). Infatti, se si domanda, chi fosse quel Lapo, al quale si dovevano dare i panni sudici, possiamo provare che Michelangelo teneva a Settignano un lavoratore di questo nome.

Si parla di lui in una lettera di Lodovico Buonarrotti del 2 Maggio 1521 e in un ricordo di Antonio Mini del 19 Novembre 1525, nel quale il Lapo è chiamato: «lavoratore di Michelangolo a Settignano» (12). Possiamo dunque affermare, che il primo conto di bucato fu scritto nel periodo in cui Michelangelo lavorava a San Lorenzo per i Medici. Per la seconda nota, che fu scritta su carta minore ed anche con caratteri un poco più grandi manca ogni possibilità per fissare anche approssimativamente l’ anno e il luogo. E non importa molto. Quando si fece il I 9 Febbraio 1564 l’inventario nella modestissima casa al Macel de’ Corvi presso Santa Maria di Loreto dove Michelangelo era spirato un giorno prima, si trovò fra mobili e masserizie di pochissimo valore un bel corredo di biancheria (13).

Pare che il grande uomo, che nel suo vivere era tanto frugale e tanto modesto, tenesse ad avere una buona quantità di biancheria e che la volesse anche di qualità superiore. E come sgridò suo nipote Lionardo, quando questi gli aveva mandato da Firenze tre camicie di inferiore qualità: «Sonmi molto maravigliato me l’abbiate mandate, perchè son si grosse, che qua non è contadino nessuno, che non si vergogniassi a portarle!» (14). Ai tempi di Michelangelo una bella provvista di biancheria era considerata come un vero tesoro, e vediamo che anche il Buonarroti faceva gran conto delle sue tovaglie e de’ suoi lenzuoli. Mentre nell’inventario che fu fatto al Macel de’ Corvi non si danno punto le misure dei lenzuoli, e delle tovaglie si dà la lunghezza sola, Michelangelo nei conti scritti di sua mano dà misure esattissime, conta la cucitura delle tele, parla di cerri e di reticelle. Sembra che in questi tempi non si marcasse la biancheria e che ci volessero proprio le misure esatte per riavere quello che si era dato a lavare.

Spettacolo commovente a vedere questo gigante, che allora nella sua bottega era occupato a scolpire le meraviglie della Cappella Medicea, contare e misurare in casa sua i panni sudici e scriverne una nota con una scrupolosità, come se si trattasse di giojelli di un valore inestimabile. Specialmente nella seconda nota lo vediamo proprio al lavoro, perchè pare che allora non avesse altro istrumento per misurare che le proprie braccia. Sempre ripete la stessa frase: «quanto io apro nelle braccia». E naturalmente quello che era stato mandato fuori di casa con tante precauzioni veniva ricevuto nello stesso modo quando tornava. Senza dubbio era nuovamente Michelangelo che riceveva la biancheria lavata e la contava attentamente. Così troviamo nella prima nota dei segni fatti ad ogni numero eccetto tre o quattro, e possiamo concludere, che questi segni furono fatti quando Lapo riportava i panni lavati al suo padrone.

Nel primo conto vediamo l’ultima riga; «sei camicie dua ciuvattoi tre fazzoletti» scritta di altra mano forse da Antonio Mini. Sei camicie e tre fazoletti ecco tutta la biancheria personale di Michelangelo! E lo stesso troviamo nell’altro conto: dieci camicie buone e due cattive e quattro fazzoletti. Niente maglie, niente mutande, niente colli, neanche pedalini! Anche nell’inventario del Macel de’ Corvi non troviamo che un paio solo di calze bianche vecchie. Pare che Michelangelo non se ne sia servito che raramente. Condivi, che conosceva bene le abitudini del suo maestro, racconta, che spesso Michelangelo dormiva «cogli stivaletti in gamba» e li portava tanto tempo senza levarseli, «che poi insieme con gli stivaletti n’è venuta la pelle, come quella della biscia»!

Possediamo di altri geni immortali documenti di questo genere, tanto umili è vero, ma pure tanto pieni di significato? In ogni modo si può dire, che ritroviamo il vero Michelangelo, l’uomo semplice e modestissimo, molto parco nel suo vivere ed accuratissimo nelle più piccole faccende anche in queste due note di bucato, che dal capriccio della fortuna ci furono conservate fino ai giorni nostri.

ERNST STEINMANN

Note

(1) Questi documenti furono già pubblicati autograficamente nel 1865 in un libretto diventato rarissimo. (Carte Michelangiolesche inedite. Milano. Autografia G. Daelli. 1865. p. 9 – 11). Esistevano allora presso il Dr. Achille Migliavacca a Milano. Da questo tempo questi ed altri documenti su Michelangelo della stessa collezione cambiarono più volte possessore per finire nella celebre raccolta di autografi del conte Paar, che fu venduta all’asta a Berlino nel 1893. La compianta Signorina Enrichetta Hertz comprò in questa vendita tutto il Dossier di carte Michelangiolesche, che il conte Paar aveva raccolto e li lasciò alla sua morte alla signora Frida Mond. Questa regalò a me le carte preziose in memoria m della comune amica. Una parte di questi documenti fu già pubblicata da Enrico Pogatscher nella Capella Sistina di E. Steinmann II, 689 ss. e nel Repertorium für Kunstwissenschaft XXXIX (1906) p. 387 ss.

(2) Il vocabolario della Crusca (Edizione di Firenze 1729 I. 534) reca: Canna, misura di Lunghezza di quattro braccia. Braccio, misura di tre palmi o vagliamo dire spanne (l, 465). Spanna, Lunghezza della mano aperta e distesa dalla estremità del dito mignolo a quella del grosso (IV, 635). Il Nibby ragguaglia la canna romana a m. 1,99. Insomma, grosso modo, si può ritenere la canna circa due metri ed il braccio la sua quarta parte. Sono obligatissimo al C.te Umberto Gnoli, che mi ha dato spiegazioni pregevolissimi tu queste misure ed anche su termini tecnici come lensa, guardanappa, bandinella ec.

(3) lensa, invece di rensa, vuol dire da Rheims una qualità di tela.

(4) nostrale – di tipo nostro.

(5) guardanappa – guardenappe – tappeto di tavola anche asciugatoio Crusca, I. c. II, 687

(6) bandinella – specie di sciugatoio lungo da rasciugar le mani. Crusca, I. c. I, 381. (7) due striscie cucite insieme.

(8) Vuoi dire con bandelle a rete (lavoro traforato).

(9) Questa riga è una aggiunta fatta con altra mano – ciuvattoi asciugamani.

(10) La stessa filigrana ha un altro foglio di questo dossier con un ricordo di Michelangelo del 1518.

(11) G. MILANESI (Le lettere di Michelangelo Buonarroti, p. 424) ha stampato una lettera a Clemente VII nell’Archivio Buonarroti a Firenze, che pure comincia coll’allocuzione: Beatissimo padre.

(12) K. FREY, Sammlung ausgewaeblter Briefe an Michelangniolo Buonarroti, Berlin 1890, p. 174 e 260.

(13) F. GORI Archivio. Roma 1875, p. 13 e 14.

(14) MILANESI, Lettere p. 162. Tutte le camicie, che Michelangelo fece fare per sè, quando era definitivamente stabilito a Roma, furono mandate dal nipote da Firenze. Era un grande affare, e Michelangelo ne parla spesso nelle sue lettere.

(15) Vita di Michelangelo Buonarroti ed. A. F. Gori, Firenze 1746, p. 55.

 


 

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