Roberto Riccardi presenta la mostra “Storie di Pagine Dipinte” a Pitti

Gen. B. Roberto Riccardi

Comandante Carabinieri

Tutela Patrimonio Culturale

Offrire il mio modesto contributo a quest’opera mi fa piacere per varie ragioni. La prima e più ovvia, legata alla mia appartenenza, è che la mostra organizzata dalla direzione degli Uffizi espone in un pregevole allestimento una significativa teoria di beni recuperati dai Carabinieri, segnatamente quelli della Tutela del Patrimonio Culturale che ho l’onore di dirigere.

La seconda è che trovo l’iniziativa di grande interesse scientifico. L’esposizione approfondisce un ambito della nostra identità che non sempre trova la dovuta attenzione, se non da parte di un pubblico di appassionati e addetti ai lavori. Eppure la pittura ornamentale che decora manoscritti e libri antichi è un segmento prezioso e rilevante della cultura che ci ha generati.

Ben lo sapeva Dante, che nel Canto XI del Purgatorio si rivolge così a Oderisi da Gubbio, considerato fra i massimi miniatori del suo tempo: “Non se’ tu Oderisi, l’onor d’Agobbio e l’onor di quell’arte ch’alluminar chiamata è in Parisi?”. L’uomo si schermisce: “ridono di più” le carte del suo rivale, il maestro Franco Bolognese.

Presenti nelle civiltà più remote del mondo allora conosciuto, i fogli miniati hanno accompagnato per secoli il cammino umano, aggraziato strumento documentale e narrativo. Fra un capolettera e una figura si è scritta la storia universale, il miniumche dà il nome ai nostri oggetti è stato il rosso di un’energia creativa in continuo movimento.

Dunque non è un caso se il lavoro dei Carabinieri dell’Arte, dal Reparto operativo di via Anicia in Trastevere ai Nuclei ormai dislocati sull’intero territorio nazionale, si è sovente indirizzato al trafugamento delle pagine dipinte. Un compito arduo, proteso al recupero di un materiale difficile da tracciare, poiché elencato in modo frammentario, in casi più fortunati ben catalogato grazie alla diligenza di un priore particolarmente sensibile.

Ne dà testimonianza la ricerca condotta dalla curatrice e dalla direttrice di questo interessante volume, le valenti esperte Sonia Chiodo e Simona Pasquinucci che, con la guida e la fiducia di un superiore di prestigio internazionale come Eike D. Schmidt, hanno ricostruito le vicende di tanti capolavori rubati, restituiti ai loro luoghi e proprietari a seguito delle indagini dell’Arma.

È su quest’ultima frase che voglio soffermarmi. I luoghi che custodiscono i nostri tesori sono sparsi ovunque per il Bel Paese, tanto da far dire che è l’Italia intera il patrimonio da preservare. I proprietari siamo tutti noi, gli abitanti di un museo a cielo aperto che si snoda dall’Etna alle Dolomiti. Noi che sui beni originati dagli antenati vantiamo un concreto diritto di successione.

Benché questa concezione sembri figlia del nostro tempo – è il famoso World Heritage appannaggio dell’Unesco: lo stesso termine per tradurre ‘eredità’ e ‘patrimonio’ – essa era già presente nel Medio Evo, se è vero che il generale Belisario, nella lettera che convinse Totila a non radere al suolo la Città Eterna dopo averla conquistata, scriveva: “L’inveire contro Roma dovrà parere dunque grande ingiuria agli uomini di ogni tempo, in quanto agli avi verrebbe tolto il ricordo della loro virtù e ai posteri lo spettacolo della loro opera”.

Vale la pena inquadrare il contesto. Il re degli Ostrogoti nel dicembre 546 aveva espugnato la Capitale dopo undici anni di aspri combattimenti, riuscendo ad avere ragione di Belisario solo per via della carenza di soldati e risorse a sua disposizione. Poiché però nuove truppe bizantine si approssimavano da oriente per riprendere Roma, Totila ne minacciò la distruzione per costringerle a desistere, trattando le meraviglie dell’Urbe al pari di un ostaggio.

Riparto da qui perché è sempre questo il campo su cui si gioca la partita, dal furto del Palladio agli scavi tecnologici dei moderni tombaroli. Considerare un’opera non per il suo valore artistico e storico ma per un tornaconto, o un potere di ricatto, è ancora oggi il pane che nutre i predoni dei beni culturali.

Nel tempo il saccheggio ha assunto spesso i contorni di una profanazione, andando a spogliare le sedi più sacre per le genti, quelle del culto religioso. Neppure il monito del Cristo sulla croce, raffigurato nelle sculture e le pale d’altare che adornano le Chiese, è bastato a fermare i ladri, che – lo leggeremo nelle storie a seguire – si sono più volte impossessati di mirabili libri liturgici.

Finché ci sarà chi attenta ai nostri valori, servirà qualcuno che s’incarichi di difenderli. Noi esistiamo dal 1969, quando si formò il primo Nucleo voluto per onorare l’articolo 9 della Costituzione: “(La Repubblica) tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione”. Esisteremo in futuro e saremo sempre più determinati a proteggere ciò che non può essere lasciato alle brame dei peggiori. È una promessa, se ne fossi capace la fermerei su di un foglio miniato.

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