La “Virgo lactans”
tra Scrittura ed esegesi patristica e medievale
Fondamenti teologici dell’iconografia della
Madonna del Latte
Chiesa di Sant’Ambrogio
Firenze, 11 dicembre 2025
Il tipo iconografico della “Virgo lactans” può essere ricondotto a un suo fondamento scritturistico e ha una sua ricezione teologica patristica e medievale, mostrando come il gesto dell’allattamento non sia un semplice motivo affettivo tardogotico, ma una vera e propria lectio divina dipinta, radicata in un preciso reticolo di testi vetero e neotestamentari, letti in chiave cristologica, mariologica ed ecclesiale.
1. Il passo neotestamentario: Lc 11,27
Il versetto-chiave dell’intera iconografia della “Madonna del latte” è l’esclamazione della donna nella folla riportata dall’evangelista Luca: “Mentre (Gesù) diceva questo, una donna dalla folla alzò la voce e gli disse:
«Beato il grembo che ti ha portato e il seno che ti ha allattato!»” (Lc 11,27).
Questo macarismo, pronunciato mentre Gesù insegnava, è l’unico passo canonico che menziona esplicitamente l’allattamento di Gesù da parte di Maria.
Esso acquista un peso teologico straordinario nella cristianità soprattutto dopo il Concilio di Efeso (431) che proclamò solennemente Maria la “Theotokos”, cioè la Madre di Dio, come anche in un contesto storico come quello del Medioevo segnato da persistenti pulsioni docetiche e, nel Trecento toscano, da fermenti catari e valdesi che tendevano a negare o a sottovalutare la piena umanità del Verbo incarnato.
L’affresco è una traduzione visiva quasi letterale del versetto lucano: il bambino Gesù afferra con entrambe le mani il seno sinistro materno e succhia avidamente; il gesto è insistito, non pudico, perché deve attestare la realtà carnale dell’incarnazione.
Il versetto di Lc 11,27 diventò così l’ispiratore iconografico del tema della “Virgo lactans” proprio nel momento in cui la Chiesa sentiva il bisogno di ribadire, contro ogni spiritualismo, la concretezza della kenosi.
2. L’orizzonte veterotestamentario:
Is 66,10-13 e la Gerusalemme madre La posizione seduta di Maria rinvia a un altro testo-chiave, questa volta profetico:
“Rallegratevi con Gerusalemme, esultate per essa… così sarete allattati e vi sazierete al seno delle sue consolazioni… Perché così dice il Signore: … sulle sue ginocchia sarete accarezzati” (Is 66,10-13).
L’immagine della Gerusalemme consolatrice che allatta i suoi figli al “seno della consolazione” viene applicata a Maria già dai Padri (Ildefonso di Toledo, Ambrogio Autperto) e diventa un luogo teologico centrale nella mariologia del XIII-XIV secolo.
La “Madonna del latte” è la realizzazione iconografica di questa profezia: Dio si china sul suo popolo, la Madre Chiesa di cui Maria è icona nutre i fedeli con il latte della grazia.
3. Il Cantico dei Cantici e la simbologia dei due seni
L’esegesi medievale del Cantico dei Cantici offre una griglia interpretativa del gesto più complessa. L’amato del Cantico così si rivolge alla sua amata:
“I tuoi seni sono come due cerbiatti, gemelli di una gazzella, che pascolano tra i gigli” (Ct 4,5) e “I tuoi seni sembrano grappoli…coglierò i grappoli” (Ct 7,8-9).
A partire da Origene e soprattutto con la scuola cistercense e vittorina (Bernardo, Guglielmo di Saint-Thierry, Riccardo di San Vittore) e poi con Bonaventura, i due seni dell’amata del Cantico sono letti come i due seni di Maria e in modo figurato della Chiesa: il seno sinistro (vicino al cuore) dispensa la misericordia e la consolazione ai peccatori; il seno destro dispensa la sapienza e la contemplazione ai perfetti.
Onorio di Autun nello Speculum Ecclesiae (PL 172, 961) è esplicito: «I seni della Vergine sono pieni del latte della carità». Nel nostro affresco il bambino afferra proprio il seno sinistro: il maestro dell’affresco sceglie consapevolmente il seno della misericordia, in linea con la sensibilità pastorale successiva alla peste del 1348.
4. La dimensione ecclesiale ed eucaristica:
1 Pt 2,2 e Gv 19,26-27 L’apostolo Pietro esorta i neofiti: “Come bambini appena nati desiderate avidamente il genuino latte spirituale, grazie al quale voi possiate crescere verso la salvezza…” (1 Pt 2,2).
Questo “latte spirituale non falsato” viene identificato dai maestri mendicanti del Trecento – domenicani e francescani – con il latte di Maria, ed è figura anticipatrice del nutrimento eucaristico.
Clemente Alessandrino aveva già aperto la strada a questa interpretazione (Paed. I,6): il Logos è il latte che la Vergine-Chiesa dispensa ai suoi figli. Agostino, Onorio, Teodoto di Ancira, e poi i maestri parigini del XIII secolo, sviluppano la metafora: il latte di Maria è il Verbo stesso in forma assimilabile.
Il legame con l’Eucaristia diventa esplicito quando si considera Gv 19,26-27: dalla croce Gesù affida Maria al discepolo e il discepolo a Maria.
La maternità universale di Maria implica che il nutrimento offerto a Gesù continui a essere offerto al corpo mistico della Chiesa. L’allattamento diventa così atto ecclesiale: Maria nutre la Chiesa, corpo di Cristo, con lo stesso latte che ha nutrito il capo, Gesù.
5. Il retroterra apocrifo:
Protovangelo di Giacomo 19,2 Sebbene non canonico, il Protovangelo di Giacomo (II sec.) esercita un’influenza decisiva sull’iconografia:
“E subito la nube si ritirò dalla grotta e una grande luce apparve nella grotta… e apparve un bambino, che si avvicinò e prese il seno di sua madre Maria”.
La luce soprannaturale che si ritrae lasciando spazio al gesto umanissimo dell’allattamento diventa la garanzia narrativa che Gesù è vero uomo, non un’apparizione.
Questo dettaglio, ampiamente diffuso nelle leggende auree e nei misteri medievali, rende “canonica” la scena della lactatio anche quando non è attestata dai Vangeli sinottici.
Conclusione
L’affresco della “Madonna del latte” non è quindi un’idilliaca scena di genere tardogotica, ma una summa teologica visiva che tiene insieme: l’attestazione neotestamentaria dell’umanità reale di Cristo (Lc 11,27); la profezia della Gerusalemme madre che allatta (Is 66); l’esegesi mariologica del Cantico dei Cantici; la lettura eucaristica ed ecclesiale del latte spirituale (1 Pt 2,2; Gv 19,26-27); la memoria apocrifa che garantisce la storicità del gesto.
In un’epoca in cui la fede aveva bisogno di toccare con mano la kenosi del Verbo, il maestro dell’affresco dipinge la certezza che il Dio di Abramo, Isacco e Giacobbe ha davvero succhiato il latte da una donna della stirpe di Davide.
La Parola si è fatta carne, ha piantato la sua tenda in mezzo a noi (Gv 1,14) e si è lasciata nutrire al seno di una madre.
don Daniele Rossi