Clarence Kennedy, o la fotografia come indagine

Clarence Kennedy

di Marjorie Mustemberg

da MoMA, n. 1, 1974

 

Traduzione di Andreina Mancini e Paolo Pianigiani

 

Foto di Clarence Kennedy, 1933

 

L’apprezzamento di una scultura dipende da come si concepisce la sua presenza nello spazio. Lo spazio è definito dalla forma, dalle dimensioni e dalla superficie dell’opera.

Una fotografia, che è per sua natura un’immagine bidimensionale, può solo suggerire queste proprietà.

Non di rado, rimaniamo scioccati quando vediamo per la prima volta un’opera originale, avendola conosciuto solo attraverso le fotografie. La dimensione sembra sbagliata, lo spazio intorno diverso da quello che immaginavamo, la superficie sconosciuta. In una certa misura, naturalmente, questo è inevitabile: nessuna fotografia potrà mai duplicare la realtà spaziale dell’originale.

Ma il fotografo può realizzare immagini che sono traduzioni intelligenti.

Clarence Kennedy (1892-1972) è stato uno storico dell’arte che ha realizzato tali immagini. Professore allo Smith College, ha iniziato a fotografare negli anni ’20 per documentare la scultura del Rinascimento italiano. Deluso dalla mancanza di un buon materiale visivo a disposizione dei suoi studenti, voleva che le sue fotografie trasmettessero la presenza artistica dell’opera senza sacrificare una chiara descrizione della struttura fisica. Il risultato fu un’analisi interpretativa – documenti visivi delle qualità che trovava fondamentali, caratteristiche e coinvolgenti.

La fotografia qui riprodotta è tratta da The Tomb di Antonio Rossellino for the Cardinal of Portugal, portfolio realzzato da Kennedy nel 1933. Il portfolio, donato al Museo dalla signora Lester Talkington in memoria del padre, Clarence Kennedy, consiste in un testo introduttivo, composto con un carattere di sua creazione, e trentaquattro fotografie originali magnificamente stampate.

La tomba a San Miniato al Monte a Firenze, è stata realizzata dal Rossellino, uno scultore italiano del XV secolo.

In un certo senso si isola questa fotografia per rimuoverla dal contesto conosciuto  –  fa parte di un gruppo di scatti accuratamente costruiti e selezionati di un monumento scultoreo.

Lo scopo funzionale del portfolio è evidente nella sua organizzazione: prima l’opera viene mostrata nella sua interezza, e poi viene esplorata, sezione per sezione. I piccoli dettagli di intaglio sono sempre ancorati all’interno dell’insieme, collocato in un precedente scatto più generale.

Ma è nei dettagli che il lavoro di Kennedy è più importante in quanto fotografia. Queste immagini non erano necessarie per una presentazione adeguata della scultura. Piuttosto, sono state suggerite dalla sua stessa reazione davanti all’opera. Sono le risposte alle domande che si è posto mentre davanti all’opera. Poiché le domande erano intelligenti e ben informate, le risposte sono state rivelatrici.

La precisione con cui Kennedy ha analizzato il soggetto richiedeva una sicura padronanza del mezzo. Ogni scultura e ogni dettaglio rappresentavano un nuovo problema che richiedeva una soluzione unica. Questa fotografia è un’analisi del gioco riservato e controllato tra la plasticità delle mani e lo schema piatto e lineare degli indumenti  sottostanti.

Uno dei tratti più caratteristici del lavoro di Kennedy è la sua preoccupazione per l’illuminazione. (E’ interessante notare che il titolo della sua tesi di dottorato alla Harvard University nel 1924 si intitolava The Effect of Lighting on Greek Sculpture, e che ha progettato l’illuminazione per la mostra di scultura rinascimentale tenutasi al Museum of Modern Art nel 1940.)

In questa foto, Kennedy ha scelto una luce morbida, abbastanza forte da descrivere il modellato delle mani, ma non così forte da cancellare il delicato disegno che orna la veste, o le pieghe piatte del tessuto sottostante. Non ci sono ombre profonde o luci intense, anche le mani lucidate a specchio sono rese all’interno di una scala di grigi medi. Questo eufemismo corrisponde allo stile della scultura stessa.

L’intelligente rappresentazione di forma e superficie di Kennedy non è il prodotto della sola illuminazione. Era sensibile all’importanza della cornice, i bordi della fotografia che ne definiscono il contenuto. Qui le mani sono il centro dell’immagine, ma gli indumenti circostanti creano uno spazio coerente e strutturato che enfatizza la plasticità delle mani. Gli abiti formano anche un motivo che stabilisce il ritmo dell’organizzazione formale della fotografia. Le scelte dell’illuminazione e dell’inquadratura sono state decisioni informate, il risultato della comprensione di Kennedy sia della fotografia che del soggetto. Certamente la sua padronanza di entrambe le aree è unica, ma ciò che dà importanza al suo lavoro è la sua capacità di analizzare il soggetto in termini di composizioni formali soddisfacenti in modo indipendente.

È questa qualità che permette alle fotografie di trascendere la loro originaria funzione documentaria.

 

Marjorie Munsterberg,  Dipartimento di Fotografia


 

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